Il Trovatore

Dramma in quattro parti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Salvatore Cammarano

Tratto dalla tragedia El Trovador di Antonio García Gutiérrez
Prima: Roma, Teatro Apollo, 19 gennaio 1853


Primi interpreti  Trama   Altro
Il Conte di Luna, Baritono
Leonora, Soprano
Azucena, Mezzosoprano
Manrico, Tenore
Ferrando, Basso profondo
Ines, Soprano
Ruiz, Tenore
Un vecchio Zingaro, Basso
Un Messo, Tenore
Compagne di Leonora e Religiose, Familiari del Conte, Uomini d'arme, Zingari e Zingare


L'avvenimento ha luogo parte in Biscaglia, parte in Aragona.
Epoca dell'azione: il principio del secolo XV


Parte prima: Il duello
Parte seconda: La gitana
Parte terza: Il figlio della zingara
Parte quarta. Il supplizio

 

Primi interpreti

  •  
 

Trama

  • In Biscalia e in Aragona, al principio del secolo XV.
    Parte I. Il duello. Nell`atrio del palazzo dell`Aliaferia gli armigeri attendono il conte di Luna che passa le notti a sorvegliare la dimora di Leonora, principessa di Aragona. Egli ne è innamorato, ma teme che possa giungere Il Trovatore, che egli sa aver colpito il cuore della ragazza. Ferrando, capo degli armigeri racconta ai presenti la vicenda di una zingara che fu bruciata sul rogo per avere stregato il figlio del vecchio conte di Luna; racconta anche come la figlia di lei Azucena, rapì e sacrificò il bambinetto sul rogo per vendetta. E`notte. Nel giardino del palazzo Leonora confida all`amica Ines il proprio amore per il Trovatore finchè le due donne rientrano nei loro appartamenti ove si è nascosto il conte, deciso a parlare con Leonora. Si ode il canto del Trovatore; Leonora avanza per abbraciare l`amato, ma, ingannata dall`oscurità, abbraccia il conte; quando la luna esce dalle nuvole e rischiara la scena, scopre l`errore e si getta ai piedi del Trovatore chiedendo perdono. Pieno d`ira il conte intima al Trovatore di svelare la sua identità; egli è Manrico, un proscritto seguace del ribelle Urgel. Nonostante i tentativi di Leonora di frapporsi, i due si sfidano a duello e Leonora cade svenuta.
  • Parte II. La gitana. Nell`accampamento degli zingari, Manrico (che pur rimanendo ferito, ha vinto il duello e graziato il conte) dialoga con la madre Azucena. La zingara gli racconta i fatti passati: per vendicare la madre, ella aveva rapito il figlio del conte, ma, accecata dall`ira l`aveva scambiato per il proprio figlio nel momento di gettarlo nel rogo. La donna inoltre risponde in modo più che elusivo ai ragionevoli dubbi di Manrico sulla propria identità ed anzi gli intima che pensa solo a vendicarla. Un messo reca la notizia che Castellor è stata conquistata dall`esercito di Urgel e che Leonora credendo morto Manrico vuole prendere il velo. Manrico si precipita a cavallo presso il convento. In un luogo di ritiro nelle vicinanze di Castellor il conte è in attesa di scorgere Leonora: ha infatti intenzione di rapirla. Si ode il coro delle religiose. Tra esse è Leonora che dichiara ancora una volta le proprie intenzioni a Ines. Quando il conte, con Ferrando e il seguito, si fa avanti per rapirla, irrompe Manrico con i seguaci di Urgel; costoro disarmano il conte e Manrico si allontana con Leonora.
  • Parte III. Il figlio della zingara. Le truppe del conte sono appostate in un accampamento vicino a Castellor. Tra i soldati circola la certezza, che all`indomani, in battaglia, essi vinceranno. Gli armigeri fanno prigioniera una zingara che Ferrando riconosce: è Azucena, colei che ha compiuto il feroce infanticidio. Azucena cerca invano di negare e condotta presso gli sgherri, invoca il soccorso di Manrico. Il conte capisce allora di avere in mano la madre del suo rivale e la possibilità di vendicare il fratello. In una sala adiacente alla cappella in Castellor, Manrico e Leonora si apprestano a celebrare le nozze. Giunge trafelato Ruiz e racconta ai presenti dell`avventura di Azucena. Manrico dichiara a Leonora che Azucena è sua madre e corre in sua difesa.
  • Parte IV. Il supplizio. Manrico è rinchiuso nel palazzo dell`Aliaferia. Leonora accompagnata al palazzo da Ruiz, ode l`ultimo addio di Manrico, ma decisa a salvargli la vita, si offre al conte in cambio della libertà dell`amato. Quindi, ottenuto dal conte il permesso di dare personalmente a Manrico l`annuncio della conquistata libertà, si avvia presso la prigione. Mentre il conte gioisce, Leonora succhia il veleno racchiuso in una gemma pur di non cadere nelle mani del conte. Nella prigione Manrico conforta la madre. Raggiunto da Leonora, egli intuisce a quale prezzo ella ha comprato per lui la libertà e accusa la ragazza di tradimento. Ma quando vede in lei gli effetti repentini del veleno, capisce il suo gesto e non gli resta che ricredersi e struggersi nel rimorso. Giunge il conte che comprende di essere stato ingannato da Leonora, che muore. Consegnato Manrico agli armigeri,obbliga Azucena ad assistere all`esecuzione. Ma, al conte sconvolto, ella dichiara: "Egli era tuo fratello. La madre è vendicata"
 

Altro

  • Un mese dopo il grande successo del Rigoletto alla Fenice di Venezia (marzo 1851), Verdi è pronto per una nuova impresa teatrale. Il 1851 è un anno di grande impegno per il Maestro che da Parigi lavora a distanza con il poeta napoletano Salvatore Cammarano al libretto de Il trovatore, ma nel contempo firma il contratto con il Teatro de l’Opéra che lo porterà a comporre Les Vêpres siciliennes e assiste alla rappresentazione teatrale de La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio che gli darà l’ispirazione per La traviata.

    Nonostante il libretto sia pronto, non c’è fretta poiché non si è ancora deciso a che teatro sarebbe stato destinato Il trovatore. Nel 1852, poco prima di ricevere l’onorificenza della Legion d’Onore, Verdi prende accordi definitivi per la rappresentazione dell’opera con il Teatro Apollo di Roma, ma muore Salvatore Cammarano. Il libretto lasciato dal poeta in una versione quasi definitiva, viene sistemato dal giovane Emanuele Bardare, in seguito a qualche imposizione data dalla censura pontificia.

    Il 19 gennaio 1853 registra lo strepitoso successo de Il trovatore grazie anche ad un cartellone d’eccezione: il tenore Carlo Baucardé (Manrico), il soprano Rosina Penco (Leonora), il mezzosoprano Emilia Goggi (Azucena) e il baritono Goivanni Guicciardi (Conte di Luna).

    Il trovatore è la seconda opera della "trilogia popolare" insieme a Rigoletto e La traviata.


PARTE PRIMA - Il Duello
Scena I

Atrio nel palazzo dell'Aliaferia.
Da un lato, porta che mette agli appartamenti del Conte di Luna Ferrando e molti Familiari del Conte giacciono presso la porta; alcuni Uomini d'arme passeggiano in fondo.

Ferrando: (ai Familiari vicini ad assopirsi)
All'erta, all'erta! Il Conte
N'è d'uopo attender vigilando; ed egli
Talor presso i veroni
Della sua cara, intere
Passa le notti.

Familiari:
Gelosia le fiere
Serpi gli avventa in petto!

FERRANDO:
Nel Trovator, che dai giardini move
Notturno il canto, d'un rivale a dritto
Ei teme.

Familiari:
Dalle gravi
Palpebre il sonno a discacciar, la vera
Storia ci narra di Garzia, germano
Al nostro Conte.

FERRANDO:
La dirò: venite intorno a me.
(I Familiari eseguiscono)

Armigeri: (accostandosi pur essi)
Noi pure...

Familiari:
Udite, udite.
(Tutti accerchiano Ferrando)

FERRANDO:
Di due figli vivea padre beato
Il buon Conte di Luna:
Fida nutrice del secondo nato
Dormia presso la cuna.
Sul romper dell'aurora un bel mattino
Ella dischiude i rai;
E chi trova d'accanto a quel bambino?

CORO:
Chi?... Favella... Chi mai?

FERRANDO:
Abbietta zingara, fosca vegliarda!
Cingeva i simboli di una maliarda!
E sul fanciullo, con viso arcigno,
L'occhio affiggeva torvo, sanguigno!...
D'orror compresa è la nutrice...
Acuto un grido all'aura scioglie;
Ed ecco, in meno che il labbro il dice,
I servi accorrono in quelle soglie;
E fra minacce, urli e percosse
La rea discacciano ch'entrarvi osò.

CORO:
Giusto quei petti sdegno commosse;
L'insana vecchia lo provocò.

FERRANDO:
Asserì che tirar del fanciullino
L'oroscopo volea...
Bugiarda! Lenta febbre del meschino
La salute struggea!
Coverto di pallor, languido, affranto
Ei tremava la sera.
Il dì traeva in lamentevol pianto...
Ammaliato egli era!
(Il Coro inorridisce)
La fatucchiera perseguitata
Fu presa, e al rogo fu condannata;
Ma rimaneva la maledetta
Figlia, ministra di ria vendetta!...
Compì quest'empia nefando eccesso!...
Sparve il fanciullo e si rinvenne
Mal spenta brace nel sito istesso
Ov'arsa un giorno la strega venne!...
E d'un bambino... ahimè!... l'ossame
Bruciato a mezzo, fumante ancor!

CORO:
Ah scellerata!... oh donna infame!
Del par m'investe odio ed orror!

Alcuni:
E il padre?

FERRANDO:
Brevi e tristi giorni visse:
Pure ignoto del cor presentimento
Gli diceva che spento
Non era il figlio; ed, a morir vicino,
Bramò che il signor nostro a lui giurasse
Di non cessar le indagini... ah! fûr vane!...

Armigeri:
E di colei non s'ebbe
Contezza mai?

FERRANDO:
Nulla contezza...
Oh, dato mi fosse
Rintracciarla un dì!...

Familiari:
Ma ravvisarla potresti?

FERRANDO:
Calcolando gli anni trascorsi... lo potrei.

Armigeri:
Sarebbe tempo presso la madre
All'inferno spedirla.

FERRANDO:
All'inferno? È credenza che dimori
Ancor nel mondo l'anima perduta
Dell'empia strega, e quando il cielo è nero
In varie forme altrui si mostri.

Coro: (con terrore)
E vero!

Alcuni:
Su l'orlo dei tetti alcun l'ha veduta!

Altri:
In upupa o strige talora si muta!

Altri:
In corvo tal'altra; più spesso in civetta!
Sull'alba fuggente al par di saetta.

FERRANDO:
Morì di paura un servo del conte,
Che avea della zingara percossa la fronte!
(Tutti si pingono di superstizioso terrore)
Apparve a costui d'un gufo in sembianza
Nell'alta quiete di tacita stanza!...
Con l'occhio lucente guardava... guardava,
Il cielo attristando d'un urlo feral!
Allor mezzanotte appunto suonava...
(Una campana suona improvvisamente a distesa mezzanotte)

TUTTI:
Ah! sia maledetta la strega infernal!
(Gli uomini d'arme accorrono in fondo; i Familiari corrono verso la porta)



PARTE PRIMA - Il Duello
Scena II

Giardini del palazzo.
Sulla destra marmorea scalinata che mette agli appartamenti. La notte è inoltrata; dense nubi coprono la luna.

Leonora ed Ines

INES:
Che più t'arresti?... l'ora è tarda: vieni.
Di te la regal donna
Chiese, l'udisti.

LEONORA:
Un'altra notte ancora
Senza vederlo...

INES:
Perigliosa fiamma
Tu nutri!... Oh come, dove
La primiera favilla
In te s'apprese?

LEONORA:
Ne' tornei. V'apparve
Bruno le vesti ed il cimier, lo scudo
Bruno e di stemma ignudo,
Sconosciuto guerrier, che dell'agone
Gli onori ottenne... Al vincitor sul crine
Il serto io posi... Civil guerra intanto
Arse... Nol vidi più! come d'aurato
Sogno fuggente imago! ed era volta
Lunga stagion... ma poi...

INES:
Che avvenne?

LEONORA:
Ascolta.
Tacea la notte placida
e bella in ciel sereno
La luna il viso argenteo
Mostrava lieto e pieno...
Quando suonar per l'aere,
Infino allor sì muto,
Dolci s'udiro e flebili
Gli accordi d'un liuto,
E versi melanconici
Un Trovator cantò.
Versi di prece ed umile
Qual d'uom che prega Iddio
In quella ripeteasi
Un nome... il nome mio!...
Corsi al veron sollecita...
Egli era! egli era desso!...
Gioia provai che agli angeli
Solo è provar concesso!...
Al core, al guardo estatico
La terra un ciel sembrò.

INES:
Quanto narrasti di turbamento
M'ha piena l'alma!... Io temo...

LEONORA:
Invano!

INES:
Dubbio, ma triste presentimento
In me risveglia quest'uomo arcano!
Tenta obliarlo...

LEONORA:
Che dici!... oh basti!...

INES:
Cedi al consiglio dell'amistà...
Cedi...

LEONORA:
Obliarlo! Ah, tu parlasti
Detto, che intendere l'alma non sa.
Di tale amor che dirsi
Mal può dalla parola,
D'amor che intendo io sola,
Il cor s'inebriò! Il mio destino compiersi
Non può che a lui dappresso...
S'io non vivrò per esso,
Per esso io morirò!

INES:
(Non debba mai pentirsi
Chi tanto un giomo amò!)
(Ascendono agli appartamenti)



PARTE PRIMA - Il Duello
Scena III

Conte

CONTE:
Tace la notte! immersa
Nel sonno, è certo, la regal Signora;
Ma veglia la sua dama...
Oh! Leonora,
Tu desta sei; mel dice,
Da quel verone, tremolante un raggio
Della notturna lampa...
Ah! l'amorosa fiamma
M'arde ogni fibra!...
Ch'io ti vegga è d'uopo,
Che tu m'intenda...
Vengo... A noi supremo
È tal momento...
(Cieco d'amore avviasi verso la gradinata. Odonsi gli accordi d'un liuto: egli s'arresta)
Il Trovator! Io fremo!
La voce del Trovatore (fra le piante)
Deserto sulla terra,
Col rio destino in guerra
E sola spese un cor
Al Trovator!
Ma s'ei quel cor possiede,
Bello di casta fede,
E d'ogni re maggior
Il Trovator!

CONTE:
Oh detti!... Oh gelosia!...
Non m'inganno...
Ella scende!
(S'avvolge nel suo mantello)



PARTE PRIMA - Il Duello
Scena IV

Leonora e il Conte

Leonora: (correndo verso il Conte)
Anima mia!

CONTE:
(Che far?)

LEONORA:
Più dell'usato
È tarda l'ora; io ne contai gl'istanti
Co' palpiti del core!...
Alfin ti guida
Pietoso amor tra queste braccia...
La voce del Trovatore
Infida!...

(La luna mostrasi dai nugoli, e lascia scorgere una persona, di cui la visiera nasconde il volto)



PARTE PRIMA - Il Duello
Scena V

Manrico e detti

LEONORA:
Qual voce!... Ah, dalle tenebre
Tratta in errore io fui!
(riconoscendo entrambi, e gettandosi ai piedi di Manrico, agitatissima)
A te credei rivolgere
L'accento e non a lui...
A te, che l'alma mia
Sol chiede, sol desìa...
Io t'amo, il giuro, io t'amo
D'immenso, eterno amor!

CONTE:
Ed osi?

MANRICO: (sollevando Leonora)
(Ah, più non bramo!)

CONTE:
Avvampo di furor!
Se un vil non sei discovriti.

LEONORA:
(Ohimè!)

CONTE:
Palesa il nome...

LEONORA: (sommessamente a Manrico)
Deh, per pietà!...

MANRICO: (sollevando la visiera dell'elmo)
Ravvisami, Manrico io son.

CONTE:
Tu!... Come!
Insano temerario!
D'Urgel seguace, a morte
Proscritto, ardisci volgerti
A queste regie porte?

MANRICO:
Che tardi?... or via, le guardie
Appella, ed il rivale
Al ferro del carnefice
Consegna.

CONTE:
Il tuo fatale istante
Assai più prossimo
È, dissennato! Vieni...

LEONORA:
Conte!

CONTE:
Al mio sdegno vittima
È d'uopo ch'io ti sveni...

LEONORA:
Oh ciel! t'arresta...

CONTE:
Seguimi...

MANRICO:
Andiam...

LEONORA:
(Che mai farò?
Un sol mio grido perdere
Lo puote..) M'odi...

CONTE:
No!
Di geloso amor sprezzato
Arde in me tremendo il foco!
Il tuo sangue, o sciagurato,
Ad estinguerlo fia poco!
(a Leonora)
Dirgli, o folle, - Io t'amo - ardisti!...
Ei più vivere non può...
Un accento proferisti
Che a morir lo condannò!

LEONORA:
Un istante almen dia loco
Il tuo sdegno alla ragione...
Io, sol io, di tanto foco
Son, pur troppo, la cagione!
Piombi, ah! piombi il tuo furore
Sulla rea che t'oltraggiò...
Vibra il ferro in questo core,
Che te amar non vuol, né può.

MANRICO:
Del superbo vana è l'ira;
Ei cadrà da me trafitto.
Il mortal che amor t'ispira,
Dall'amor fu reso invitto.
(al Conte)
La tua sorte è già compita...
L'ora ormai per te suonò!
Il suo core e la tua vita
Il destino a me serbò!

(I due rivali si allontanano con le spade sguainate; Leonora cade, priva di sentimenti)


PARTE SECONDA - La Gitana
Scena I

Un diruto abituro sulle falde di un monte della Biscaglia.
Nel fondo, quasi tutto aperto, arde un gran fuoco. I primi albori. Azucena siede presso il fuoco. Manrico le sta disteso accanto sopra una coltrice ed avviluppato nel suo mantello; ha l'elmo ai piedi e fra le mani la spada, su cui figge immobilmente lo sguardo. Una banda di Zingari è sparsa all'interno

ZINGARI:
Vedi! Le fosche notturne spoglie
De' cieli sveste l'immensa volta;
Sembra una vedova che alfin si toglie
I bruni panni ond'era involta.
All'opra! all'opra!
Dàgli, martella.

(Dànno di piglio ai loro ferri del mestiere; al misurato tempestar dei martelli cadenti sulle incudini, or uomini, or donne, e tutti in un tempo infine intonano la cantilena seguente:)

Chi del gitano i giorni abbella?
La zingarella!

Uomini:(alle donne, sostando un poco dal lavoro)
Versami un tratto; lena e coraggio
Il corpo e l'anima traggon dal bere.
(Le donne mescono ad essi in rozze coppe)

TUTTI:
Oh guarda, guarda! del sole un raggio
Brilla più vivido nel mio/tuo bicchiere!
All'opra, all'opra...
Dàgli, martella...
Chi del gitano i giorni abbella?
La zingarella!

AZUCENA: (Canta: gli Zingari le si fanno allato)
Stride la vampa! - la folla indomita
Corre a quel fuoco - lieta in sembianza;
Urli di gioia - intorno echeggiano:
Cinta di sgherri - donna s'avanza!
Sinistra splende - sui volti orribili
La tetra fiamma - che s'alza al ciel!
Stride la vampa! - giunge la vittima
Nerovestita, - discinta e scalza!
Grido feroce - di morte levasi;
L'eco il ripete - di balza in balza!
Sinistra splende - sui volti orribili
La tetra fiamma - che s'alza al ciel!

ZINGARI:
Mesta è la tua canzon!

AZUCENA:
Del pari mesta
Che la storia funesta
Da cui tragge argomento!
(Rivolge il capo dalla parte di Manrico e mormora sommessamente:)
Mi vendica... Mi vendica!

MANRICO:
(L'arcana parola ognor!)

Vecchio Zingaro:
Compagni, avanza il giorno
A procacciarci un pan, su, su!... scendiamo
Per le propinque ville.

Uomini:
Andiamo.
(Ripongono sollecitamente nel sacco i loro arnesi)

Donne:
Andiamo.
(Tutti scendono alla rinfusa giù per la china; tratto tratto e sempre a maggior distanza odesi il loro canto)

ZINGARI:
Chi del gitano i giorni abbella?
La zingarella!

Manrico: (sorgendo)
Soli or siamo; deh, narra
Questa storia funesta.

AZUCENA:
E tu la ignori,
Tu pur!... Ma, giovinetto, i passi tuoi
D'ambizion lo sprone
Lungi traea!... Dell'ava il fine acerbo
E quest'istoria... La incolpò superbo
Conte di malefizio, onde asserìa
Colto un bambin suo figlio... Essa bruciata
Venne ov'arde quel foco!

MANRICO: (rifuggendo con raccapriccio dalla fiamma)
Ahi! Sciagurata!

AZUCENA:
Condotta ell'era in ceppi al suo destin tremendo!
Col figlio sulle braccia, io la seguìa piangendo.
Infino ad essa un varco tentai, ma invano, aprirmi...
Invan tentò la misera fermarsi e benedirmi!
Ché, fra bestemmie oscene, pungendola coi ferri,
Al rogo la cacciavano gli scellerati sgherri!
Allor, con tronco accento: Mi vendica! esclamò.
Quel detto un'eco eterna in questo cor lasciò.

MANRICO:
La vendicasti?

AZUCENA:
Il figlio giunsi a rapir del Conte:
Lo trascinai qui meco...
Le fiamme ardean già pronte.

Manrico: (con raccapriccio)
Le fiamme!... oh ciel!... tu forse?...

AZUCENA:
Ei distruggeasi in pianto...
Io mi sentiva il core dilaniato, infranto!...
Quand'ecco agli egri spirti, come in un sogno, apparve
La vision ferale di spaventose larve!
Gli sgherri ed il supplizio!... La madre smorta in volto...
Scalza, discinta!... il grido, il noto grido ascolto...
Mi vendica!... La mano convulsa tendo... stringo
La vittima... nel foco la traggo, la sospingo...
Cessa il fatal delirio... L'orrida scena fugge...
La fiamma sol divampa, e la sua preda strugge!
Pur volgo intorno il guardo e innanzi a me vegg'io
Dell'empio Conte il figlio...

MANRICO:
Ah! come?

AZUCENA:
Il figlio mio,
Mio figlio avea bruciato!

MANRICO:
Che dici! quale orror!

AZUCENA:
Sul capo mio le chiome
Sento rizzarsi ancor!
(Azucena ricade trambasciata sul proprio seggio, Manrico ammutolisce colpito d'orrore e di sorpresa. Momenti di silenzio)

MANRICO:
Non son tuo figlio?
E chi son io, chi dunque?

AZUCENA: (con la sollecitudine di chi cerca emendare il proprio fallo)
Tu sei mio figlio!

MANRICO:
Eppur dicesti...

AZUCENA:
Ah!... forse...
Che vuoi! quando al pensier s'affaccia il truce
Caso, lo spirto intenebrato pone
Stolte parole sul mio labbro... Madre,
Tenera madre non m'avesti ognora?

MANRICO:
Potrei negarlo?

AZUCENA:
A me, se vivi ancora,
Nol dêi? Notturna, nei pugnati campi
Di Pelilla, ove spento
Fama ti disse, a darti
Sepoltura non mossi?
La fuggente aura vital
Non iscovrì, nel seno
Non t'arrestò materno affetto?...
E quante cure non spesi
A risanar le tante ferite! ...

Manrico: (con nobile orgoglio)
Che portai nel dì fatale...
Ma tutte qui, nel petto!... Io sol, fra mille
Già sbandati, al nemico
Volgendo ancor la faccia!... Il rio De Luna
Su me piombò col suo drappello; io caddi,
Però da forte io caddi!

AZUCENA:
Ecco mercede
Ai giorni, che l'infame
Nel singolar certame
Ebbe salvi da te!... Qual t'acciecava
Strana pietà per esso?

MANRICO:
Oh madre!... Non saprei dirlo a me stesso!
Mal reggendo all'aspro assalto,
Ei già tocco il suolo avea:
Balenava il colpo in alto
Che trafiggerlo dovea...
Quando arresta un moto arcano,
Nel discender, questa mano...
Le mie fibre acuto gelo
Fa repente abbrividir!
Mentre un grido vien dal cielo,
Che mi dice: Non ferir!

AZUCENA:
Ma nell'alma dell'ingrato
Non parlò del cielo un detto!
Oh! se ancor ti spinge il fato
A pugnar col maledetto,
Compi, o figlio, qual d'un Dio,
Compi allora il cenno mio!
Sino all'elsa questa lama
Vibra, immergi all'empio in cor.

MANRICO:
Sì, lo giuro, questa lama
Scenderà dell'empio in cor.
(Odesi un prolungato suono di corno)
L'usato messo Ruiz invia!
Forse...
(Dà fiato anch'esso al corno che tiene ad armacollo)

AZUCENA:
Mi vendica!
(Resta concentrata quasi inconsapevole di ciò che succede)



PARTE SECONDA - La Gitana
Scena II

Messo e detti

Manrico: (al Messo)
Inoltra il piè.
Guerresco evento, dimmi, seguìa?

Messo: (porgendo il foglio che Manrico legge)
Risponda il foglio che reco a te.

MANRICO:
"In nostra possa è Castellor; ne dêi
Tu, per cenno del prence,
Vigilar le difese. Ove ti è dato,
Affrettati a venir...
Giunta la sera,
Tratta in inganno di tua morte al grido,
Nel vicin Chiostro della croce il velo
Cingerà Leonora".
(con dolorosa esclamazione)
Oh giusto cielo!

Azucena: (scuotendosi)
(Che fia!)

Manrico: (al Messo)
Veloce scendi la balza,
E d'un cavallo a me provvedi...

Messo:
Corro...

Azucena: (frapponendosi)
Manrico!

MANRICO:
Il tempo incalza...
Vola, m'aspetta del colle a' piedi.
(Il Messo parte frettolosamente)

AZUCENA:
E speri, e vuoi?...

MANRICO:
(Perderla?... Oh ambascia!...
Perder quell'angelo?..)

AZUCENA:
(È fuor di sé!)

MANRICO: (postosi l'elmo sul capo ed afferrando il mantello)
Addio...

AZUCENA:
No... ferma... odi...

MANRICO:
Mi lascia...

Azucena: (autorevole)
Ferma... Son io che parlo a te!
Perigliarti ancor languente
Per cammin selvaggio ed ermo!
Le ferite vuoi, demente,
Riaprir del petto infermo?
No, soffrirlo non poss'io...
Il tuo sangue è sangue mio!...
Ogni stilla che ne versi
Tu la spremi dal mio cor!

MANRICO:
Un momento può involarmi
Il mio ben, la mia speranza!...
No, che basti ad arrestarmi
Terra e ciel non han possanza...
Ah!... mi sgombra, o madre, i passi...
Guai per te s'io qui restassi! ...
Tu vedresti ai piedi tuoi
Spento il figlio dal dolor!

(S'allontana, indarno trattenuto da Azucena)



PARTE SECONDA - La Gitana
Scena III

Atrio interno di un luogo di ritiro in vicinanza di Castellor. Alberi nel fondo. È notte.

Il Conte, Ferrando ed alcuni Seguaci inoltrandosi cautamente avviluppati nei loro mantelli

CONTE:
Tutto è deserto, né per l'aura ancora
Suona l'usato carme...
In tempo io giungo!

FERRANDO:
Ardita opra, o Signore,
Imprendi.

CONTE:
Ardita, e qual furente amore
Ed irritato orgoglio
Chiesero a me. Spento il rival, caduto
Ogni ostacol sembrava a' miei desiri;
Novello e più possente ella ne appresta...
L'altare! Ah no, non fia
D'altri Leonora!...
Leonora è mia!
Il balen del suo sorriso
D'una stella vince il raggio!
Il fulgor del suo bel viso
Novo infonde in me coraggio!...
Ah! l'amor, l'amore ond'ardo
Le favelli in mio favor!
Sperda il sole d'un suo sguardo
La tempesta del mio cor.
(Odesi il rintocco de' sacri bronzi)
Qual suono!... oh ciel...

FERRANDO:
La squilla
Vicino il rito annunzia!

CONTE:
Ah! pria che giunga
All'altar... si rapisca!...

FERRANDO:
Ah bada!

CONTE:
Taci!...
Non odo... andate... di quei faggi all'ombra
Celatevi...
(Ferrando e gli altri Seguaci si allontanano)
Ah! fra poco
Mia diverrà... Tutto m'investe un foco!

(Ansioso, guardingo osserva dalla parte donde deve giungere Leonora, mentre Ferrando e i Seguaci dicono sottovoce:)

Ferrando, Seguaci:
Ardire!... Andiam... celiamoci
Fra l'ombre... nel mister!
Ardire!... Andiam!... silenzio!
Si compia il suo voler.

Conte: (nell'eccesso del furore)
Per me, ora fatale,
I tuoi momenti affretta:
La gioia che m'aspetta
Gioia mortal non è!...
Invano un Dio rivale
S'oppone all'amor mio
No, non non può nemmeno un Dio,
Donna, rapirti a me!
(S'allontana a poco a poco e si nasconde col Coro fra gli alberi)

Coro interno di Religiose
Ah!... se l'error t'ingombra,
O figlia d'Eva, i rai,
Presso a morir, vedrai
Che un'ombra, un sogno fu,
Anzi del sogno un'ombra
La speme di quaggiù!
Vieni e t'asconda il velo
Ad ogni sguardo umano!
Aura o pensier mondano
Qui vivo più non è.
Al ciel ti volgi e il cielo
Si schiuderà per te.


PARTE SECONDA - La Gitana
Scena IV

Leonora con seguito muliebre. Ines, poi il Conte, Ferrando, Seguaci, indi Manrico.

LEONORA:
Perchè piangete?

Donne:
Ah!... dunque
Tu per sempre ne lasci!

LEONORA:
O dolci amiche,
Un riso, una speranza, un fior la terra
Non ha per me! Degg'io
Volgermi a Quei che degli afflitti è solo
Sostegno e dopo i penitenti giorni
Può fra gli eletti al mio perduto bene
Ricongiungermi un dì!... Tergete i rai
E guidatemi all'ara! :
(incamminandosi)

Conte: (irrompendo ad un tratto)
No, giammai!...

Donne:
Il Conte!

LEONORA:
Giusto ciel!

CONTE:
Per te non havvi
Che l'ara d'imeneo.

Donne:
Cotanto ardìa!...

LEONORA:
Insano!... E qui venisti?...

CONTE:
A farti mia.

(E sì dicendo scagliasi verso Leonora, onde impadronirsi di lei, ma fra esso e la preda trovasi, qual fantasma sorto di sotterra, Manrico. Un grido universale irrompe)

LEONORA:
E deggio... e posso crederlo?
Ti veggo a me d'accanto!
È questo un sogno, un'estasi,
Un sovrumano incanto!
Non regge a tanto giubilo
Rapito, il cor sospeso!
Sei tu dal ciel disceso,
O in ciel son io cor te?

CONTE:
Dunque gli estinti lasciano
Di morte il regno eterno;
A danno mio rinunzia
Le prede sue l'inferno!
Ma se non mai si fransero
De' giorni tuoi gli stami,
Se vivi e viver brami,
Fuggi da lei, da me. Manrico
Né m'ebbe il ciel, né l'orrido
Varco infernal sentiero...
Infami sgherri vibrano
Mortali colpi, è vero!
Potenza irresistibile
Hanno de' fiumi l'onde!
Ma gli empi un Dio confonde!
Quel Dio soccorse a me.

Donne: (a Leonora)
Il cielo in cui fidasti
Pietade avea di te.

Ferrando, Seguaci: (al Conte)
Tu col destin contrasti:
Suo difensore egli è.



PARTE SECONDA - La Gitana
Scena V

Ruiz seguito da una lunga tratta di Armati, e detti

RUIZ:
Urgel viva!

MANRICO:
Miei prodi guerrieri!

RUIZ:
Vieni...

Manrico: (a Leonora)
Donna, mi segui.

Conte: (opponendosi)
E tu speri?

LEONORA:
Ah!

Manrico: (al Conte)
T'arresta...

Conte: (sguainando la spada)
Involarmi costei! No!

Ruiz, Armati: (accerchiando il Conte)
Vaneggi!

Ferrando, Seguaci:
Che tenti, Signor?
(Il Conte è disarmato da quei di Ruiz)

CONTE: (con gesti ed accenti di maniaco furore)
Di ragione ogni lume perdei!

LEONORA:
(M'atterrisce..)

CONTE:
Ho le furie nel cor!

Ruiz, Armati: (a Manrico)
Vien: la sorte sorride per te.

Ferrando, Seguaci: (al Conte)
Cedi; or ceder viltade non è.

(Manrico tragge seco Leonora, il Conte è respinto; le donne rifuggono al cenobio. Scende subito la tela)


PARTE TERZA - Il figlio della Zingara
Scena I

Accampamento. A destra il padiglione del Conte di Luna, su cui sventola la bandiera in segno di supremo comando; da lungi torreggia Castellor. Scolte di Uomini d'arme dappertutto; alcuni giuocano, altri puliscono le armi, altri passeggiano, poi Ferrando dal padiglione del Conte

Alcuni Armigeri:
Or co' dadi, ma fra poco
Giocherem ben altro gioco.

Altri:
Quest'acciar, dal sangue or terso,
Fia di sangue in breve asperso!

(Un grosso drappello di balestrieri attraversa il campo)

Alcuni:
Il soccorso dimandato!

Altri:
Han l'aspetto del valor!

TUTTI:
Più l'assalto ritardato
Or non fia di Castellor.

FERRANDO:
Sì, prodi amici; al dì novello è mente
Del capitan la rocca
Investir d'ogni parte.
Colà pingue bottino
Certezza è rinvenir più che speranza.
Si vinca; è nostro.

TUTTI:
Tu c'inviti a danza!
Squilli, echeggi la tromba guerriera,
Chiami all'armi,
alla pugna, all'assalto;
Fia domani la nostra bandiera
Di quei merli piantata sull'alto.
No, giammai non sorrise vittoria
Di più liete speranze finor!...
Ivi l'util ci aspetta e la gloria,
Ivi opimi la preda e l'onor.

(Si disperdono)



PARTE TERZA - Il figlio della Zingara
Scena II

Il Conte

(Uscito dalla tenda volge uno sguardo bieco a Castellor)

CONTE:
In braccio al mio rival! Questo pensiero
Come persecutor demone ovunque
M'insegue!... In braccio al mio rival!... Ma corro,
Surta appena l'aurora,
Io corro a separarvi... Oh Leonora!

(Odesi tumulto)



PARTE TERZA - Il figlio della Zingara
Scena III

Ferrando e detto

CONTE:
Che fu?

FERRANDO:
Dappresso il campo
S'aggirava una zingara: sorpresa
Da' nostri esploratori,
Si volse in fuga; essi, a ragion temendo
Una spia nella trista,
L'inseguir...

CONTE:
Fu raggiunta?

FERRANDO:
È presa.

CONTE:
Vista
L'hai tu?

FERRANDO:
No; della scorta
Il condottier m'apprese
L'evento.

CONTE:
Eccola.

(Tumulto più vicino)



PARTE TERZA - Il figlio della Zingara
Scena IV

Detti, Azucena, con le mani avvinte, trascinata dagli Esploratori, un codazzo d'altri soldati

Esploratori:
Innanzi, o strega, innanzi...

AZUCENA:
Aita!... Mi lasciate... O furibondi,
Che mal fec'io?

CONTE:
S'appressi.
(Azucena è tratta innanzi al Conte)
A me rispondi
E trema dal mentir!

AZUCENA:
Chiedi!

CONTE:
Ove vai?

AZUCENA:
Nol so.

CONTE:
Che?

AZUCENA:
D'una zingara è costume
Mover senza disegno
Il passo vagabondo,
Ed è suo tetto il ciel,
Sua patria il mondo.

CONTE:
E vieni?

AZUCENA:
Da Biscaglia, ove finora
Le sterili montagne ebbi a ricetto!

CONTE:
(Da Biscaglia!)

FERRANDO:
(Che intesi!... O qual sospetto!)

AZUCENA:
Giorni poveri vivea,
Pur contenta del mio stato;
Sola speme un figlio avea...
Mi lasciò!... m'oblìa, l'ingrato!
Io deserta, vado errando
Di quel figlio ricercando,
Di quel figlio che al mio core
Pene orribili costò!...
Qual per esso provo amore
Madre in terra non provò!

FERRANDO:
(Il Suo volto!)

CONTE:
Di', traesti
Lunga etade tra quei monti?

AZUCENA:
Lunga, sì.

CONTE:
Rammenteresti
Un fanciul, prole di conti,
Involato al suo castello,
Son tre lustri, e tratto quivi?

AZUCENA:
E tu, parla... sei?...

CONTE:
Fratello del rapito.

AZUCENA:
(Ah!)

FERRANDO: (notando il mal nascosto terrore di Azucena)
(Sì!)

CONTE:
Ne udivi
Mai novella?

AZUCENA:
Io?... No... Concedi
Che del figlio l'orme io scopra.

FERRANDO:
Resta, iniqua...

AZUCENA:
(Ohimè!..)

FERRANDO:
Tu vedi
Chi l'infame, orribil opra
Commettea...

CONTE:
Finisci.

FERRANDO:
È dessa.

Azucena: (piano a Ferrando)
(Taci)

FERRANDO:
È dessa che il bambino
Arse!

CONTE:
Ah! perfida!

CORO:
Ella stessa!

AZUCENA:
Ei mentisce...

CONTE:
Al tuo destino
Or non fuggi.

AZUCENA:
Deh!...

CONTE:
Quei nodi
Più stringete.
(I soldati eseguiscono)

AZUCENA:
Oh! Dio!... Oh Dio!...

CORO:
Urla pure.

Azucena: (con disperazione)
E tu non m'odi,
O Manrico, o figlio mio?...
Non soccorri all'infelice
Madre tua?

CONTE:
Sarebbe ver?
Di Manrico genitrice?

FERRANDO:
Trema!...

CONTE:
Oh sorte!... in mio poter!

AZUCENA:
Deh, rallentate, o barbari,
Le acerbe mie ritorte...
Questo crudel supplizio
È prolungata morte...
D'iniquo genitore
Empio figliuol peggiore,
Trema... V'è Dio pe' miseri,
E Dio ti punirà!

CONTE:
Tua prole, o turpe zingara,
Colui, quel traditore?...
Potrò col tuo supplizio
Ferirlo in mezzo al core!
Gioia m'innonda il petto,
Cui non esprime il detto!...
Meco il fraterno cenere
Piena vendetta avrà!
Ferrando, Coro
Infame pira sorgere,
Ah, sì, vedrai tra poco...
Né solo tuo supplizio
Sarà terreno foco!...
Le vampe dell'inferno
A te fina rogo eterno;
Ivi penare ed ardere
L'anima tua dovrà!

(Al cenno del Conte i Soldati traggon seco Azucena. Egli entra nella sua tenda, seguito da Ferrando)



PARTE TERZA - Il figlio della Zingara
Scena V

Sala adiacente alla Cappella in Castellor, con il verone nel fondo.

Manrico, Leonora e Ruiz

LEONORA:
Quale d'armi fragor poc'anzi intesi?

MANRICO:
Alto è il periglio! vano
Dissimularlo fora!
Alla novella aurora
Assaliti saremo!...

LEONORA:
Ahimè!... che dici!...

MANRICO:
Ma de' nostri nemici
Avrem vittoria... Pari
Abbiam al loro ardir, brando e coraggio!...
(a Ruiz)
Tu va'; le belliche opre,
Nell'assenza mia breve, a te commetto.
Che nulla manchi!...

(Ruiz parte)



PARTE TERZA - Il figlio della Zingara
Scena VI

Manrico e Leonora

LEONORA:
Di qual tetra luce
Il nostro imen risplende!

MANRICO:
Il presagio funesto,
Deh, sperdi, o cara!...

LEONORA:
E il posso?

MANRICO:
Amor... sublime amore,
In tale istante ti favelli al core.
Ah! sì, ben mio, coll'essere
Io tuo, tu mia consorte,
Avrò più l'alma intrepida,
Il braccio avrò più forte;
Ma pur se nella pagina
De' miei destini è scritto
Ch'io resti fra le vittime
Dal ferro ostil trafitto,
Fra quegli estremi aneliti
A te il pensier verrà
E solo in ciel precederti
La morte a me parrà!

(Odesi il suono dell'organo della vicina cappella)

A 2:
L'onda de' suoni mistici
Pura discende al cor!
Vieni; ci schiude il tempio
Gioie di casto amor.

(Mentre s'avviano giubilanti al tempio, Ruiz sopraggiunge frettoloso)

RUIZ:
Manrico?

MANRICO:
Che?

RUIZ:
La zingara,
Vieni, tra ceppi mira...

MANRICO:
Oh Dio!

RUIZ:
Per man de' barbari
Accesa è già la pira...

MANRICO: (accostandosi al verone)
Oh ciel! mie membra oscillano...
Nube mi copre il ciglio!

LEONORA:
Tu fremi!

MANRICO:
E il deggio!... Sappilo. Io son...

LEONORA:
Chi mai?

MANRICO:
Suo figlio!...
Ah! vili!... il rio spettacolo
Quasi il respir m'invola...
Raduna i nostri, affrettati...
Ruiz... va... torna... vola...

(Ruiz parte)

Di quella pira l'orrendo foco
Tutte le fibre m'arse. avvampò!...
Empi, spegnetela, o ch'io fra poco
Col sangue vostro la spegnerò...
Era già figlio prima d'amarti,
Non può frenarmi il tuo martir.
Madre infelice, corro a salvarti,
O teco almeno corro a morir!

LEONORA:
Non reggo a colpi tanto funesti...
Oh, quanto meglio sarìa morir!
(Ruiz torna con Armati)

Ruiz, Armati:
All'armi, all'armi! eccone presti
A pugnar teco, teco a morir.

(Manrico parte frettoloso seguito da Ruiz e dagli Armati, mentre odesi dall'interno fragor d'armi e di bellici strumenti)


PARTE QUARTA - Il supplizio
Scena I

Un'ala del palazzo dell'Aliaferia. All'angolo una torre con finestre assicurate da spranghe di ferro. Notte oscurissima.
Si avanzano due persone ammantellate: sono Ruiz e Leonora

RUIZ: (sommessamente)
Siam giunti; ecco la torre, ove di Stato
Gemono i prigionieri... ah, l'infelice
Ivi fu tratto!

LEONORA:
Vanne,
Lasciami, né timor di me ti prenda...
Salvarlo io potrò forse.
(Ruiz si allontana)
Timor di me?... sicura,
Presta è la mia difesa.
(I suoi occhi figgonsi ad una gemma che le fregia la mano destra).
In quest'oscura
Notte ravvolta, presso a te son io,
E tu nol sai... Gemente
Aura che intorno spiri,
Deh, pietosa gli arreca i miei sospiri...
D'amor sull'ali rosee
Vanne, sospir dolente:
Del prigioniero misero
Conforta l'egra mente...
Com'aura di speranza
Aleggia in quella stanza:
Lo desta alle memorie,
Ai sogni dell'amor!
Ma deh! non dirgli, improvvido,
Le pene del mio cor!

(Suona la campana dei morti)

Voci interne:
Miserere d'un'alma già vicina
Alla partenza che non ha ritomo!
Miserere di lei, bontà divina,
Preda non sia dell'infernal soggiorno!

LEONORA:
Quel suon, quelle preci solenni, funeste,
Empiron quest'aere di cupo terror!...
Contende l'ambascia, che tutta m'investe,
Al labbro il respiro, i palpiti al cor!

(Rimane assorta; dopo qualche momento scuotesi, ed è in procinto di partire, allorché viene dalla torre un gemito e quindi un mesto suono: ella si ferma)

Manrico: (dalla torre)
Ah, che la morte ognora
È tarda nel venir
A chi desia morir!...
Addio, Leonora!

LEONORA:
Oh ciel!... sento mancarmi!
Voci interne
Miserere d'un'alma già vicina
Alla partenza che non ha ritorno!
Miserere di lei, bontà divina
Preda non sia dell'infernal soggiorno!

LEONORA:
Sull'orrida torre, ah! par che la morte
Con ali di tenebre librando si va!
Ahi! forse dischiuse gli fian queste porte
Sol quando cadaver già freddo sarà!

Manrico: (dalla torre)
Sconto col sangue mio
L'amor che posi in te!...
Non ti scordar di me!
Leonora, addio!

LEONORA:
Di te, di te scordarmi!!...
Tu vedrai che amore in terra
Mai del mio non fu più forte;
Vinse il fato in aspra guerra,
Vincerà la stessa morte.
O col prezzo di mia vita
La tua vita io salverò,
O con te per sempre unita
Nella tomba io scenderò.



PARTE QUARTA - Il supplizio
Scena II

S'apre una porta; n'escono il Conte ed alcuni Seguaci. Leonora si pone in disparte

CONTE:
Udite? Come albeggi,
La scure al figlio ed alla madre il rogo.
(I Seguaci entrano nella torre)
Abuso io forse del poter che pieno
In me trasmise il prence! A tal mi traggi,
Donna per me funesta!... Ov'ella è mai?
Ripreso Castellor, di lei contezza
Non ebbi, e furo ondarne
Tante ricerche e tante!
Ah! dove sei, crudele?

Leonora: (avanzandosi)
A te davante.

CONTE:
Qual voce!... come!... tu, donna?

LEONORA:
Il vedi.

CONTE:
A che venisti?

LEONORA:
Egli è già presso
All'ora estrema; e tu lo chiedi?

CONTE:
Osar potresti?...

LEONORA:
Ah sì, per esso
Pietà dimando...

CONTE:
Che! tu deliri!
Io del rival sentir pietà?

LEONORA:
Clemente Nume a te l'ispiri...

CONTE:
È sol vendetta mio Nume... Va.

LEONORA: (Si getta disperatamente a' suoi piedi)
Mira, di acerbe lagrime
Spargo al tuo piede un rio:
Non basta il pianto? svenami,
Ti bevi il sangue mio...
Calpesta il mio cadavere,
Ma salva il Trovator!

CONTE:
Ah! dell'indegno rendere
Vorrei peggior la sorte:
Fra mille atroci spasimi
Centuplicar sua morte;
Più l'ami, e più terribile
Divampa il mio furor!

(Vuol partire, Leonora si avviticchia ad esso)

LEONORA:
Conte...

CONTE:
Né cessi?

LEONORA:
Grazia!...

CONTE:
Prezzo non havvi alcuno
Ad ottenerla... scostati...

LEONORA:
Uno ve n'ha... sol uno!...
Ed io te l'offro.

CONTE:
Spiegati, Qual prezzo, di'.

LEONORA: (stendendo la destra con dolore)
Me stessa!

CONTE:
Ciel!... tu dicesti?...

LEONORA:
E compiere
Saprò la mia promessa.

CONTE:
È sogno il mio?

LEONORA:
Dischiudimi
La via fra quelle mura...
Ch'ei m'oda... Che la vittima
Fugga, e son tua.

CONTE:
Lo giura.

LEONORA:
Lo giuro a Dio che l'anima
Tutta mi vede!

CONTE:
Olà!

(correndo all'uscio della torre. Si presenta un custode; mentre il Conte gli parla all'orecchio, Leonora sugge il veleno chiuso nell'anello)

LEONORA:
(M'avrai, ma fredda esanime spoglia)

Conte: (a Leonora)
Colui vivrà.

LEONORA: (alzando gli occhi, cui fanno velo lagrime di gioia)
(Vivrà!... contende il giubilo
I detti a me, Signore...
Ma coi frequenti palpiti
Merce' ti rende il core!
Ora il mio fine impavida,
Piena di gioia attendo...
Potrò dirgli morendo:
Salvo tu sei per me!)

CONTE:
Fra te che parli?... volgimi,
Volgimi il detto ancora,
O mi parrà delirio
Quanto ascoltai finora...
Tu mia!... tu mia!... ripetilo.
Il dubbio cor serena...
Ah!... ch'io lo credo appena
Udendolo da te!

LEONORA:
Andiam...

CONTE:
Giurasti... pensaci!

LEONORA:
È sacra la mia fe'!

(Entrano nella torre)



PARTE QUARTA - Il supplizio
Scena III

Orrido carcere. In un canto finestra con inferriata. Porta nel fondo. Smorto fanale pendente dalla volta.

Azucena giacente sopra una specie di rozza coltre, Manrico seduto a lei dappresso

MANRICO:
Madre?... non dormi?

AZUCENA:
L'invocai più volte,
Ma fugge il sonno a queste luci... Prego...

MANRICO:
L'aura fredda è molesta
Alle tue membra forse?

AZUCENA:
No; da questa
Tomba di vivi sol fuggir vorrei,
Perché sento il respiro soffocarmi!...

Manrico: (torcendosi le mani)
Fuggir!

Azucena: (sorgendo)
Non attristarti:
Far di me strazio non potranno i crudi!

MANRICO:
Ah! come?

AZUCENA:
Vedi?... Le sue fosche impronte
M'ha già stampato in fronte
Il dito della morte!

MANRICO:
Ahi!

AZUCENA:
Troveranno
Un cadavere muto, gelido!... anzi
Uno scheletro!

MANRICO:
Cessa!

AZUCENA:
Non odi?... gente appressa...
I carnefici son... vogliono al rogo
Trarmi!... Difendi la tua madre!

MANRICO:
Alcuno,
Ti rassicura, qui non volge...

AZUCENA: (senza badare a Manrico, con ispavento)
Il rogo!
Parola orrenda!

MANRICO:
Oh madre!... oh madre!

AZUCENA:
Un giorno, turba feroce l'ava tua condusse
Al rogo... Mira la terribil vampa!
Ella n'è tocca già! già l'arso crine
Al ciel manda faville!...
Osserva le pupille
Fuor dell'orbita lor!... ahi... chi mi toglie
A spettacol sì atroce?
(cadendo tutta convulsa fra le braccia di Manrico)

MANRICO:
Se m'ami ancor, se voce
Di figlio ha possa d'una madre in seno,
Ai terrori dell'alma
Oblìo cerca nel sonno, e posa e calma.
(La conduce presso alla coltre)

AZUCENA:
Sì, la stanchezza m'opprime, o figlio...
Alla quîete io chiudo il ciglio...
Ma se del rogo arder si veda
L'orrida fiamma, destami allor.

MANRICO:
Riposa, o madre: Iddio conceda
Men tristi immagini al tuo sopor.

AZUCENA: (tra il sonno e la veglia)
Ai nostri monti... ritorneremo...
L'antica pace... ivi godremo..
Tu canterai... sul tuo lîuto...
In sonno placido... io dormirò!

MANRICO:
Riposa, o madre: io prono e muto
La mente al cielo rivolgerò.

(Azucena si addormenta. Manrico resta genuflesso accanto a lei)



PARTE QUARTA - Il supplizio
Scena Ultima

Si apre la porta, entra Leonora: gli anzidetti, in ultimo il Conte con seguito di Armati

MANRICO:
Ciel!.. non m'inganna quel fioco lume?...

LEONORA:
Son io, Manrico...

MANRICO:
Oh, mia Leonora!
Ah, mi concedi, pietoso Nume,
Gioia sì grande, anzi ch'io mora?

LEONORA:
Tu non morrai... vengo a salvarti...

MANRICO:
Come!... a salvarmi?, fia vero!

LEONORA:
Addio...
tronca ogni indugio... t'affretta... parti...
(accennandogli la porta)

MANRICO:
E tu non vieni?

LEONORA:
Restar degg'io!...

MANRICO:
Restar!...

LEONORA:
Deh! fuggi!...

MANRICO:
No.

LEONORA: (cercando di trarlo verso l'uscio)
Guai se tardi!

MANRICO:
No...

LEONORA:
La tua vita!...

MANRICO:
Io la disprezzo...
Pur figgi, o donna, in me gli sguardi!...
Da chi l'avesti?... ed a qual prezzo?...
Parlar non vuoi?... Balen tremendo!...
Dal mio rivale!... intendo... intendo!...
Ha quest'infame l'amor venduto...
Venduto un core che mi giurò!

LEONORA:
Oh, come l'ira ti rende cieco!
Oh, quanto ingiusto, crudel sei meco!
T'arrendi... fuggi, o sei perduto!
Nemmeno il cielo salvar ti può!
(Leonora si getta ai piedi di Manrico)

Azucena: (dormendo)
Ai nostri monti... ritorneremo...
L'antica pace... ivi godremo...
Tu canterai... sul tuo liuto...
In sonno placido... io dormirò...

MANRICO:
Ti scosta...

LEONORA:
Non respingermi...
Vedi?... languente, oppressa, io manco...

MANRICO:
Va'... ti abbomino...
Ti maledico...

LEONORA:
Ah, cessa!
Non d'imprecar, di volgere
Per me la prece a Dio
È questa l'ora!

MANRICO:
Un brivido
Corse nel petto mio!

Leonora: (Cade bocconi)
Manrico!

Manrico: (accorrendo a sollevarla)
Donna, svelami...
Narra.

LEONORA:
Ho la morte in seno...

MANRICO:
La morte!...

LEONORA:
Ah, fu più rapida
La forza del veleno
Ch'io non pensava!...

MANRICO:
Oh fulmine!

LEONORA:
Senti! la mano è gelo...
(toccandosi il petto)
Ma qui... qui foco orribile
Arde...

MANRICO:
Che festi!... o cielo!

LEONORA:
Prima che d'altri vivere...
Io volli tua morir!...

MANRICO:
Insano!... ed io quest'angelo
Osava maledir!

LEONORA:
Più non resisto!

MANRICO:
Ahi misera!...

(Entra il Conte, arrestandosi sulla soglia)

LEONORA:
Ecco l'istante... io moro...
(stringendogli la destra in segno d'addio)
Manrico! Or la tua grazia...
Padre del cielo... imploro...
Prima... che... d'altri vivere...
Io volli... tua morir!
(Spira)

CONTE:
(Ah! volle me deludere,
E per costui morir!)
(additando agli armati Manrico)
Sia tratto al ceppo!

MANRICO: (partendo tra gli armati)
Madre... oh madre, addio!

Azucena: (destandosi)
Manrico!... Ov'è mio figlio?

CONTE:
A morte corre!...

AZUCENA:
Ah ferma!... m'odi...

CONTE: (trascinando Azucena verso la finestra)
Vedi?...

AZUCENA:
Cielo!

CONTE:
È spento!

AZUCENA:
Egli era tuo fratello!..

CONTE:
Ei!... quale orror!...

AZUCENA:
Sei vendicata, o madre!

Conte: (inorridito)
E vivo ancor!

FINE

 


Omaggio a Verdi nel 100° anniversario della scomparsa

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