Un ballo in maschera

Melodramma in tre atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Antonio Somma

Ispirato al romanzo di Eugène Scribe Gustave III ou Le bal masqué
Prima: Roma, Teatro Apollo, 17 febbraio 1859

Primi interpreti  Trama   Altro

Nella versione originale non approvata dalla censura:
Gustavo, Re di Svezia, Tenore
Renato Ankastrom, suo segretario e sposo di Amelia, Baritono
Amelia, moglie di Renato, Soprano
Madame Ardisson, Zingara, Mezzo-Soprano
Oscar, paggio, Soprano
Cristiano, marinaio, Basso
Horn, nemico del re, Basso
Ribbing, nemico del re, Basso
Giudice, Tenore
Servitore di Amelia, Tenore
Nobili, deputati, guardie, seguaci di Horn e Ribbing, marinai, popolani di Svezia, servi, Maschere e coppie di danzatori.

Scena: Stockholm, Svezia, Marzo 1792.

Nella versione più conosciuta: (n.d.r. in blu le piccole variazioni dei versi )
Riccardo, Duca di Boston, Tenore
Renato, suo segretario e sposo di Amelia, Baritono
Amelia, moglie di Renato, Soprano
Ulrica, Zingara, Mezzo-Soprano
Oscar, paggio, Soprano
Silvano, marinaio, Basso
Horn, nemico del re, Basso
Ribbing, nemico del re, Basso
Giudice, Tenore
Servitore di Amelia, Tenore
Nobili, deputati, guardie, seguaci di Horn e Ribbing, marinai, popolani di Svezia, servi, Maschere e coppie di danzatori.

Scena: Boston

 

Primi interpreti

  •  
 

Trama

  • Atto I. Riccardo, conte di Warwick, governatore inglese del Massachusetts, apre le udienze. Fra i presenti vi sono i nemici di Samuel e Tom che, insieme con i loro seguaci, meditano di ucciderlo. Il paggio Oscar porta a Riccardo la lista degli invitati a un ballo; questi, scorto tra gli altri il nome di Amelia di cui è segretamente innamorato, trasalisce. Entra il creolo Renato, segretario e confidente di Riccardo, nonché il marito di Amelia, che lo mette in guardia da una congiura che si sta tramando nei suoi confronti, ma egli si mostra insensibile all`avvertimento. Ad un giudice che gli sottopone l`atto di condanna di un`indovina negra, Ulrica si mostra magnanimo e, convocati i presenti, dà appuntamento nell`abituro dell`indovina. Qui la maga, che sta invocando " re degli abissi", viene interpellata dal marinaio Silvano a cui predice un futuro fortunato. Per l`esultanza di tutti, la profezia si avvera, poiché Riccardo aveva precedentemente messo nella tasca del marinaio denaro e un foglio di nomina ad ufficiale. Quindi si fa avanti un servo di Amelia a chiedere un colloquio privato per la sua padrona. Fatti allontanare tutti, Ulrica consiglia ad Amelia, che le chiede come liberarsi da una passione peccaminosa, di recarsi nel sinistro campo delle esecuzioni, ove potrà trovare l`erba che dà l`oblio; Riccardo, nascosto per udire il colloquio, gioisce al sapere che Amelia è innamorata di lui. Quindi travestito da pescatore, si presenta alla maga che riconosce nella sua la mano di un nobile condottiero, ma rifiuta di proclamare il vaticinio. Infine per l`insistenza di Riccardo e dei presenti, predice al conte la morte per mano di un amico, colui che per primo gli stringerà la mano. Tra lo stupore generale, Riccardo minimizza l`accaduto, mentre il popolo lo acclama.

    Atto II. Amelia si reca alla ricerca dell`erba magica ed è raggiunta da Riccardo che le dichiara il suo amore; Amelia è scossa: anch`ella lo ama, ma non vuole tradire il marito. Questi preoccupato per l`incolumità di Riccardo, raggiunge i due ed intima a Riccardo di fuggire da quel luogo solitario. Prima di andare, il conte gli affida la donna (che copertasi con un velo, non è stata riconosciuta dal marito) dietro giuramento che egli non avrebbe tentato di scoprire chi fosse. Irrompono i congiurati stupiti al trovare Renato, che invano tenta di difendere la donna dalla loro curiosità di sapere chi sia. Nella concitazione della scena, ad Amelia cade il velo, fatto che suscita la rabbia e la desolazione del marito e la terribile ironia di Samuel, Tom e dei congiurati tutti. Sconvolto Renato dà appuntamento all`indomani a Samuel e Tom.

    Atto III. Renato è fermo nel proposito di vendicare con il sangue la presunta infedeltà della moglie. La donna gli chiede di rivedere per l`ultima volta il figlio. Quindi, mosso da pietà, Renato decide di trarre soddisfazione con la morte dell`amico risparmiando la moglie. I sopraggiunti Samuel e Tom restano increduli quando vengono messi a conoscenza degli intendimenti di Renato e questi offre la vita di suo figlio come garanzia di sincerità. I tre deliberano che sia la sorte ad indicare chi di loro sarà l`esecutore dell`omicidio di Riccardo ed obbligano Amelia ad estrarre dall`urna il nome del prescelto: Renato. Giunge Oscar a portare gli inviti per il ballo in maschera. I tre convengono di sfruttare l`occasione per lo scopo prefissato, mentre Amelia pensa a come salvare il conte. Riccardo ha deciso di rinunciare all`amore per Amelia e prescrivere per lei e Renato il rimpatrio in Inghilterra. Oscar gli porge una lettera anonima che lo invita ad astenersi per sicurezza dal ballo, ma il conte, che vuole rivedere la donna almeno una volta ancora, si mostra incurante dell`avvertimento. Nel corso della festa, Renato riesce con l`astuzia a farsi dire da Oscar dietro quale travestimento si sia nascosto Riccardo. Nel frattempo Amelia, che ha raggiunto Riccardo per scongiurarlo di fuggire, da lui riconosciuta, riceve l`estremo addio. Egli fa appena a tempo a concludere il dialogo con la donna, che viene raggiunto dal pugnale di Renato. Questi viene arrestato ma Riccardo, morente, ordina che sia liberato. Dopo avergli mostrato il decreto di espatrio per lui e per Amelia, gli rivela che mai Amelia lo aveva tradito, quindi perdona tutti i congiurati. I presenti benedicono la magnanimità del conte. Renato resta solo con il rimorso.
 

Altro

  • Sotto forti pressioni del teatro San Carlo di Napoli che reclama da Verdi una nuova fatica teatrale, il Maestro decide di cimentarsi con un’opera che già da tempo interessava anche altri musicisti. Il libretto di Antonio Somma, che dapprima chiede di rimanere anonimo, prende ispirazione da quello di Eugène Scribe per l’opera di Daniel Auber, narra la vicenda di un regicidio avvenuto in Svezia alla metà del XVIII secolo. L’opera va in scena per la prima volta all’Opéra di Parigi nel 1833 ed è ancora rappresentata nel 1857, quando Verdi decide di elaborarne il libretto. La censura borbonica dà inizio alla travagliata storia della composizione dell’opera; si chiede a Verdi di modificare molte, forse troppe cose (il Re deve diventare duca, il tempo in cui è ambientata la vicenda deve essere anticipato a quello in cui si credeva ancora nella magia, i cospiratori devono agire per motivazioni squisitamente personali). Dopo che il Maestro giunge a Napoli nel gennaio del 1858, Napoleone III subisce un attentato e la censura diventa ancora più pesante nelle sue pretese. Verdi non è disposto a stravolgere completamente la sua opera, come invece gli viene richiesto dal San Carlo, non rispetta i termini contrattuali, il Teatro gli fa causa e Verdi risponde all’affronto con una querela per danni. La schermaglia legale si chiude con un ritiro delle accuse da parte del Teatro e con un impegno da parte del compositore di approntare un altro lavoro entro l’autunno. Nasce così Una vendetta in domino. Ricordi la vuole per La Scala di Milano, ma Verdi la concede al Teatro Apollo di Roma. Nemmeno qui però il libretto può rimanere come originariamente concepito: la scena si sposta da Stoccolma a Boston e Re Gustavo diventa il Conte di Warwick, governatore del Massachussets. Per dirla alla Shakespeare... molto rumore per nulla. L’opera va finalmente in scena col titolo di Un ballo in maschera la sera del 17 febbraio 1859.

ATTO PRIMO
QUADRO I

In fondo, l'ingresso nelle stanze del re. È il mattino. Deputati, gentiluomini, popolani, ufficialli; sul dinanzi, Horn, Ribbing e loro ardenti. Tutti aspettano che si desti il re.

UFFICIALI, GENTILUOMINI:
Posa in pace, a' bei sogni ristora,
O Gustavo, il tuo nobile cor.
A te scudo su questa dimora
Sta d'un vergine mondo l'amor.

HORN, RIBBING, E LORO ADERENTI:
E sta l'odio che prepara il fio,
Ripensando ai caduti per te.
Come speri, disceso l'oblio
Sulle tombe infelici non è.
(Entra Oscar dalla stanze del re)

OSCAR:
S'avanza il re.

GUSTAVO (salutando gli astanti)
Amici miei . . . Soldati . . .
(ai deputati nel ricevere delle suppliche)
E voi del par diletti a me! Porgete:
A me s'aspetta; io deggio
Su' miei figli vegliar, perchè sia pago
Ogni voto, se giusto.
Bello il poter non è, che de' soggetti
Le lagrime non terge, e ad incorrotta
Gloria non mira.

OSCAR (a Gustavo):
Leggere vi piaccia
Delle danze l'invito.

GUSTAVO:
Avresti alcuna
Beltà dimenticato?

OSCAR: (porgendogli un foglio)
Eccovi i nomi.

GUSTAVO: (leggendo, tra sè)
(Amelia . . . ah, dessa ancor! L'anima mia
In lei rapita ogni grandezza oblia!
La rivedrà nell'estasi
Raggiante di pallore . . .
E qui sonar d'amore
La sua parola udrà.
O dolce notte, scendere
Tu puoi gemmata a festa:
Ma la mia stella è questa
Che il ciel non ha!)

HORN, RIBBING E LORO ADERENTI: (sommessamente)
L'ora non è, chè tutto
Qui d'operar ne toglie
Dalle nemiche soglie
Meglio l'uscir sarà.

OSCAR, UFFICIALI, GENTILUOMINI:
Con generoso affetto
Entro se stesso assorto,
Il nostro bene oggetto
De' suoi pensier farà.

GUSTAVO:
(Ah! E qui sonar d'amore
La sua parola udrà)
(ad Oscar)
Il cenno mio di là con essi attendi.

(Tutti s'allontanano. Oscar esce per ultimo e incontra Anckarström al limitare)

OSCAR: (a Anckarström)
Libero è il varco a voi.

ANCKARSTRöM:
(Deh, come triste appar!)

GUSTAVO:
(Amelia!)

ANCKARSTRöM: (chinandosi)
Sire . . .

GUSTAVO:
(O ciel! lo sposo suo!)

ANCKARSTRöM: (accostandosi)
Turbato il mio
Signor, mentre dovunque il nome suo
Inclito suona?

GUSTAVO:
Per la gloria è molto,
Nulla per col. Segreta, acerba cura
M'opprime.

ANCKARSTRöM:
E d'onde?

GUSTAVO:
Ah no . . . non più . . .

ANCKARSTRöM:
Dirolla Io la cagion.

GUSTAVO:
(Gran Dio!)

ANCKARSTRöM:
So tutto . . .

GUSTAVO:
E che?

ANCKARSTRöM:
So tutto.
Già questa soglia istessa
Non t'è securo asilo.

GUSTAVO:
Prosegui.

ANCKARSTRöM:
Un reo disegno
Nell'ombre si matura,
I giorni tuoi minaccia.

GUSTAVO: (con gioia)
Ah! . . . gli è di ciò che parli?
Altro non sai?

ANCKARSTRöM:
Se udir ti piace i nomi . . .

GUSTAVO:
Che importa? Io li disprezzo.

ANCKARSTRöM:
Svelarli è mio dover.

GUSTAVO:
Taci: nel sangue
Contaminarmi allor dovrei. Non fia,
Nol vo'. Del popol mio
L'amor mi guardi e mi protegga Iddio.

ANCKARSTRöM:
Alla vita che t'arride
Di speranze e gaudio piena,
D'altre mille e mille vite
Il destino s'incatena!
Te perduto, ov'è la patria
Col suo splendido avvenir?
E sarà dovunque, sempre
Chiuso il varco alle ferite,
Perchè scudo del tuo petto
È del popolo l'affetto?
Dell'amor più desto è l'odio
Le sue vittime a colpir.

OSCAR: (all'entrata)
Il primo giudice.

GUSTAVO:
S'avanzi.

GIUDICE: (offrendogli dispacci a firmare)
Sire!

GUSTAVO:
Che leggo! . . . il bando ad una donna! Or d'onde?
Qual è il suo nome? . . . di che rea?

GIUDICE:
S'appella Ulrica, dell'immondo
Sangue gitano.

OSCAR:
Intorno a cui s'affollano
Tutte le stirpi. Del futuro l'alta
Divinatrice . . .

GIUDICE:
Che nell'antro abbietto
Chiama i peggiori, d'ogni reo consiglio
Sospetta già. Dovuto è a lei l'esiglio,
Nè muta il voto mio.

GUSTAVO: (ad Oscar)
Che ne di' tu?

OSCAR:
Difenderla vogl'io.
Volta la terrea
Fronte alle stelle,
Come sfavilla
La sua pupilla,
Quando alle belle
Il fin predice
Mesto o felice
Dei loro amor!
È con Lucifero
D'accordo ognor.

GUSTAVO:
Che vaga coppia . . .
Che protettor!

OSCAR:
Chi la profetica
Sua gonna afferra,
O passi 'l mare,
Voli alla guerra,
Le sue vicende
Soavi, amare
Da questa apprende
Nel dubbio cor.
È con Lucifero
D'accordo ognor.

GIUDICE:
Sia condannata!

OSCAR: (verso il re)
Assolverla degnate.

GUSTAVO:
Ebben, tutti chiamate:
Or v'apro un mio pensier.

(Anckarström ed Oscar invitano a rientrar gli usciti)

GUSTAVO:
Signori: oggi d'Ulrica
Alla magioni v'invito,
Ma sotto altro vestito;
Io là sarò.

ANCKARSTRöM:
Davver?

GUSTAVO:
SÏ, vo' gustar la scena.

ANCKARSTRöM:
L'idea non è prudente.

OSCAR:
La trovo anzi eccellente,
Feconda di piacer.

ANCKARSTRöM:
Te ravvisar taluno
Ivi potria.

GUSTAVO:
Qual tema!

HORN E RIBBING: (sogghignando)
Ve', ve', di tutto trema
Codesto consiglier.

GUSTAVO: (ad Oscar)
E tu m'appronta un abito
Da pescator.

HORN, RIBBING E LORO ADERENTI: (sottovoce)
Chi sia
Che alla vendetta l'adito
Non s'apra alfin colà?

GUSTAVO:
Ogni cura si doni al diletto,
E s'accorra nel magico tetto:
Tra la folla de' creduli ognuno
S'abbandoni e folleggi con me.

ANCKARSTRöM:
E s'accorra, ma vegli 'l sospetto
Sui perigli che fremono intorno,
Ma protegga il magnanimo petto
Di chi nulla paventa per sè.

OSCAR:
L'indovina ne dice di belle,
E sta ben che l'interroghi anch'io;
Sentirò se m'arridon le stelle,
Di che sorti benefica m'è.

GUSTAVO:
Ogni cura si doni al piacer.

ANCKARSTRöM:
E s'accorra e si vegli.

GUSTAVO:
Dunque, signori, aspettovi,
Incognito, alle tre
Nell'antro dell'oracolo,
Della gran maga al piè.

OSCAR, UFFICIALI, GENTILUOMINI:
Teco sarem di subito,
Incogniti, alle tre
Nell'antro dell'oracolo,
Della gran maga al piè.

ANCKARSTRöM:
E s'accorra, ma vegli 'l sospetto ecc.

HORN, RIBBING E LORO ADERENTI:
Senza posa vegliamo all'intento,
Nè si perda ove scocchi il momento.
Forse l'astro che regge il suo fato
Nell'abisso là spegnersi de'.

GUSTAVO:
Alle tre nell'antro dell'oracolo.
Ogni cura si doni al diletto,
E s'accorra al fatidco tetto:
Per un di si folleggi, si scherzi,
Mai la vita più cara non è.

UFFICIALI, GENTILUOMINI:
Sì! Alfin brilli d'un po' di follia
Questa vita che il cielo ne diè.

ANCKARSTRöM:
Ma protegga il magnanimo petto
Di chi nulla paventa per sè.

OSCAR:
Sentirò se m'arridon le stelle,
Qual presagio le dettan per me.

HORN, RIBBING E LORO ADERENTI:
Forse l'astro che regge il suo fato
Nell'abisso là spegnersi de'.

TUTTI:
Alle tre, alle tre.

GUSTAVO:
Dunque, signori, aspettovi, ecc.

TUTTI GLI ALTRI:
Teco sarem di subito, ecc.


ATTO PRIMO
QUADRO II

A sinistra un camino, il fuoco è acceso, e la caldaia magica fuma sovra un treppiè; dallo stesso lato l'uscio d'un oscuro recesso. Sul davanti, una piccola porta segreta. Nel fondo, l'entrata della porta maggiore con ampia finestra da lato. In mezzo, una rozza tavola, e pendenti dal tetto e dalle pareti stromenti ed arredi analoghi che al luogo. Nel fondo uomini e donne del popolo. Ulrica presso la tavola; poco distanti, un fanciullo ed una giovinetta che le domandano la buona ventura.

POPOLANE:
Zitti . . . l'incanto non dèssi turbare.
Il demonio tra breve halle a parlare.

ULRICA:
Re dell'abisso, affrettati,
Precipita per l'etra,
Senza librar la folgore
Il tetto mio penètra.
Omai tre volte l'upupa
Dall'alto sospirò;
La salamandra ignivora
Tre volte sibilò . . .
E delle tombe il gemito
Tre volte a me parlò.

(Gustavo entra vestito da pescatore, avanzandosi tra la folla, nè scorgendo alcuno dei suoi)

GUSTAVO:
Arrivo il primo!

POPOLANE: (respingendolo)
Villano, dà indietro.
(Gustavo s'allontana ridendo)
Oh, come tutto riluce di tetro!

ULRICA: (con esaltazione, declamando)
È lui, è lui! ne' palpiti
Come risento adesso
La voluttà riardere
Del suo tremendo amplesso!
La face del futuro
Nella sinistra egli ha.
M'arrise al mio scongiuro,
Rifolgorar la fa:
Nulla, più nulla ascondersi
Al guardo mio potrà!
(Batte al suolo esparisce)

POPOLANE:
Evviva la maga!

ULRICA: (di sotterra)
Silenzio, silenzio!

CRISTIANO: (rompendo la calca)
Su, fatemi largo, saper vo' il mio fato.
Del re sono servo, son suo marinaro:
La morte per esso più volte ho sfidato;
Tre lustri son corsi del vivere amaro,
Tre lustri che nulla s'è fatto per me.

ULRICA: (ricomparendo)
E chiedi?

CRISTIANO:
Qual sorte pel sangue versato mi attende.

GUSTAVO:
(Favella da franco soldato)

ULRICA: (a Cristano)
La mano.

CRISTIANO:
Prendete.

ULRICA: (osservando la mano)
Rallegrati omai:
In breve dell'oro e un grado t'avrai.

(Gustavo trae un rotolo e vi scrive su)

CRISTIANO:
Scherzate?

ULRICA:
Va pago.

GUSTAVO: (ponendolo in tasca a Cristiano che non s'avvede)
(Mentire non de')

CRISTIANO:
A fausto presagio ben vuolsi mercè.
(Frugando trova il rotolo su cui legge estatico)
"Gustavo al suo caro Cristiano uffiziale."
Per bacco! . . . non sogno! dell'oro ed un grado!
Evviva! Evviva!

POPOLANE:
Evviva la nostra Sibilla immortale,
Che spande su tutti ricchezze e piacer.
(S'ode picchiare alla piccola porta)

POPOLANE:
Si batte!
(Ulrica va ad aprire ed entra un servo)

GUSTAVO:
(Che veggo! sull'uscio segreto
Un servo d'Amelia!)

SERVO: (sommessamente ad Ulrica, ma inteso da Gustavo)
Sentite: la mia
Signora, che aspetta là fuori, vorria
Pregarvi in segreto d'arcano parer.

GUSTAVO:
(Amelia!)

ULRICA:
S'inoltri, ch'io tutti allontano.

GUSTAVO:
(Non me)
(Il servo parte)

ULRICA:
Perchè possa rispondere a voi
È d'uopo che innanzi m'abbocchi a Satano;
Uscite, lasciate ch'io scruti nel ver.

CRISTIANO, POPOLANE:
Usciamo, si lasci che scruti nel ver.
(Mentre tutti s'allontanano, Gustavo s'asconde. Amelia entra agitatissima)

ULRICA:
Che v'agita cosi?
AMELIA
Segreta, acerba
Cura che amor destò . . .

GUSTAVO: (nascosto)
(Che ascolto!)

ULRICA:
E voi cercate?

AMELIA:
Pace . . . svellermi dal petto
Chi sì fatale e desolato impera!
Lui, che su tutti il ciel arbitro pose.

GUSTAVO:
(Che ascolto? Anima mia!)

ULRICA:
L'oblio v'è dato. Arcane
Stille conosco d'una magic'erba,
Che rinnovella il cor . . . Ma chi n'ha d'uopo
Spiccarla debbe di sua man nel fitto
Delle notti. Funereo
È il loco.

AMELIA:
Ov'è?

ULRICA:
L'osate voi?

AMELIA: (risoluta)
Sì, qual esso sia.

ULRICA:
Dunque ascoltate:
Della città all'occaso,
Là dove al tetro lato
Batte la luna pallida
Sul campo abbominato . . .
Abbarbica gli stami,
A quelle pietre infami,
Ove la colpa scontasi
Coll'ultimo sospir!

AMELIA:
Mio Dio! qual loco!

ULRICA:
Attonita e già tremante siete?

GUSTAVO:
(Pover cor!)

ULRICA:
V'esanima?

AMELIA:
Agghiaccio . . .

ULRICA:
E l'oserete?

AMELIA:
Se tale è il dover mio
Troverò possa anch'io.

ULRICA:
Stanotte?

AMELIA:
Sì.

GUSTAVO:
(Non sola:
Chè te degg'io seguir)

AMELIA:
Consentimi, o Signore,
Virtù ch'io lavi 'l core.
E l'infiammato palpito
Nel petto mio sopir.

ULRICA:
Va, non tremar, l'incanto
Inaridisce il pianto.
Osa e berrai nel farmaco
L'oblio de'tuoi martir.

GUSTAVO:
(Ah! Ardo, e seguirla ho fisso
Se fosse nell'abisso,
Pur ch'io respiri, Amelia,
L'aura de' tuoi sospir)

VOCI: (dal fondo)
Figlia d'averno, schiudi la chiostra,
(spinte alla porta)
E tarda meno a noi ti mostra.

ULRICA: (ad Amelia)
Presto, partite . . . Addio.

AMELIA:
Stanotte . . . Addio.

GUSTAVO:
(Non sola: chè te degg'io seguir!)

(Amelia fugge per la porta segreta. Ulrica apre l'entrata maggiore: entrano Horn, Ribbing e aderenti, Oscar, gentiluomini e ufficiali travestiti bizzarramente, ai quali s'unisce Gustavo)

HORN, RIBBING, CORO:
Su, profetessa, monta il treppiè,
Canta il futuro,

OSCAR:
Ma il re dov'è?

GUSTAVO: (fattosi presso a lui)
Taci, nascondile che qui son io.
(poi volto rapidamente ad Ulrica)
Or tu, Sibilla, che tutto sai,
Della mia stella mi parlerai.

HORN, RIBBING, CORO:
Canta il futuro, canta il futuro!

GUSTAVO:
Di' tu se fedele
Il flutto m'aspetta,
Se molle di pianto
La donna diletta
Dicendomi addio
Tradì l'amor mio.
Con lacere vele
E l'alma in tempesta,
I solchi so franger
Dell'onda funesta,
L'averno ed il cielo
Irati sfidar.
Sollecita esplora,
Divina gli eventi:
Non possono i fulmin,
La rabbia de' venti,
La morte, l'amore
Sviarmi dal mar.

OSCAR, HORN, RIBBING, CORO:
Non possono i fulmin,
La rabbia de' venti,
La morte, l'amore
Sviarlo dal mar.

GUSTAVO:
Sull'agile prora
Che m'agita in grembo,
Se scosso mi sveglio
Ai fischi del nembo,
Ripeto fra' tuoni
Le dolci canzoni,
Le dolci canzoni
Del tetto natio,
Che i baci ricordan
Dell'ultimo addio,
E tutte raccendon
Le forze tua profezia,
Di ciò che può sorger
Dal fato qual sia;
Nell'anime nostre
Non entra terror.

OSCAR, HORN, RIBBING, CORO:
Nell'anime nostre
Non entra terror.

ULRICA:
Chi voi siate, l'audace parola
Può nel pianto prorompere un giorno,
Se chi sforza l'arcano soggiorno
Va la colpa nel duolo a lavar.
Se chi sfida il suo fato insolente
Deve l'onta nel fato scontar.

GUSTAVO:
Orsù, amici.

HORN:
Ma il primo chi fia?

OSCAR:
Io.

GUSTAVO: (offrendo la palma ad Ulrica)
L'onore a me cedi.

OSCAR:
E lo sia.

ULRICA: (solennemente, esaminando la mano)
È la destra d'un grande, vissuto
Sotto gli astri di Marte.

OSCAR:
Nel vero ella colse.

GUSTAVO:
Tacete.

ULRICA: (staccandosi da lui)
Infelice . . . Va . . . mi lascia . . .
Non chieder di più.

GUSTAVO:
Su, prosegui.

ULRICA:
No . . . lasciami.

GUSTAVO:
Parla.

ULRICA: (evitando)
Va . . . Te ne prego.

OSCAR, HORN, RIBBING, CORO (a Ulrica)
Eh, finiscila omai.

GUSTAVO:
Te lo impongo.

ULRICA:
Ebben, presto morrai.

GUSTAVO:
Se sul campo d'onor, ti so grado.

ULRICA: (con più forza)
No . . . per man d'un amico.

OSCAR:
Gran Dio!
Quale orror!

HORN, RIBBING, CORO:
Quale orror!

ULRICA:
Così scritto è lassù.

GUSTAVO: (guardandosi intorno)
È scherzo od è follia
Siffatta profezia:
Ma come fa da ridere
La lor credulità!

ULRICA: (passando innanzi a Horn e Ribbing)
Ah voi, signori, a queste
Parole mie funeste
Voi non osate ridere;
Che dunque in cor vi sta?

HORN E RIBBING:
La sua parola è dardo,
È fulmine lo sguardo,
Dal confidente dèmone
Tutto coestei risà.
OSCAR, CORO:
Ah! Tal fia dunque il fato?
Ch'ei cada assassinato?
Al sol pensarci l'anima
Abbrividendo va.

GUSTAVO:
Finisici il vaticnio.
Di', chi fia dunque l'uccisor?

ULRICA:
Chi primo
Tua man quest'oggi stringerà.

GUSTAVO: (con vivacità)
Bennissimo.
(offrendo la destra ai circostanti che non osano toccare)
Qual è di voi, che provi
L'oracolo bugiardo?
Nessuno!

(Anckarström appare all'entrata)

GUSTAVO: (accorrendo a lui e stringendogli la mano)
Eccolo.

HORN, RIBBING,
CORO::
È desso!

HORN E RIBBING: (ai loro aderenti)
Respiro; il caso ne salvò.

CORO: (contro Ulrica)
L'oracolo mentiva.

GUSTAVO:
Sì; perchè la man che stringo
È del più fido amico mio!

ANCKARSTRöM:
Gustavo!

ULRICA: (riconoscendo il re)
Il re! . . .

GUSTAVO: (a lei)
Nè chi fossi il genio tuo
Ti rivelò, nè che voleano al bando
Oggi dannarti.

ULRICA:
Me?

GUSTAVO: (gettandole una borsa)
T'acqueta e prendi.

ULRICA:
Magnanimo tu sei, ma v'ha fra loro
Il traditor; più d'uno
Forse . . .

HORN E RIBBING:
(Gran Dio!)

GUSTAVO:
Non più.

CRISTIANO, CORO: (da lontano)
Viva Gustavo!

OSCAR, ULRICA, GUSTAVO, ANCKARSTRöM, HORN, RIBBING:
Quai voci?

CORO: (da lontano)
Viva!

CRISTIANO: (dal fondo, volto ai suoi)
È lui, ratti movete, è lui:
Il nostro amico e padre.
(Marinai, uomini e donne del popolo s'affollano all'entrata)
Tutti con me chinatevi al suo piede
E l'inno suoni della nostra fè.

CRISTIANO, CORO:
O figlio della patria,
Amor di questa terra!
Reggi felice, arridano
Gloria e salute a te.

OSCAR:
Il più superbo alloro
Che vince ogni tesoro
Alla tua chioma intrecciano
RIconoscenza a fè.

GUSTAVO:
E posso alcun sospetto
Alimentar nel petto,
Se mille cuori battono
Per immolarsi a me?

ANCKARSTRöM:
Ma la sventura è cosa
Pur ne' trionfi ascosa,
Là dove il fato ipocrita
Veli una rea mercè.

HORN, RIBBING E LORO ADERENTI: (fra loro)
Chiude al ferir la via
Questa servil genìa,
Che sta lambendo l'idolo,
E che non sa il perchè.

ULRICA:
Non crede al proprio fato
Ma pur morrà piagato.
Sorrise al mio presagio
Ma nella fossa ha il piè.


ATTO SECONDO

Campo solitario nei d'intorni di Stoccolma appiè d'un colle scosceso. A sinistra, nel basso, biancheggiano due pilastri; la luna leggermente velata illumina alcuni punti della scena. Amelia appare dalle eminenze, s'inginocchia e prega, poi si alza ed a poco a poco discende dal colle.

AMELIA:
Ecco l'orrido campo ove s'accoppia
Al delitto la morte!
Ecco là le colonne . . .
La pianta è là, verdeggia al piè. S'inoltri,
Ah, mi si aggela il core!
Sino il rumor de' passi miei, qui tutto
M'empie di raccapriccio e di terrore!
E se perir dovessi?
Perire! ebben, tal è, s'adempia, e sia.
(Fa per avviarsi)
Ma dall'arido stelo divulsa
Come avrò di mia mano quell'erba,
E che dentro la mente conulsa
Quell'eterea sembianza morrà,
Che ti resta, perduto l'amor . . .
Che ti resta, mio povero cor!
Ah! chi piange, qual forza m'arretra?
M'attraversa la squallida via?
Su, corraggio . . . e tu fatti di pietra,
Non tradirmi, dal pianto ristà;
O finisci di battere e muor,
T'annienta, mio povero cor!
(S'ode un tocco d'ore)
Mezzanotte! - Ah, che veggio? una testa
Di sotterra si leva . . . e sospira!
Ha negli occhi il baleno dell'ira
E m'affisa e terribile sta!
(Cade in ginocchio)
Deh! mi reggi, m'aita, o Signor,
Miserere d'un povero cor!

GUSTAVO: (uscendo improvvisamente)
Teco io sto.

AMELIA:
Gran Dio!

GUSTAVO:
Ti calma!

AMELIA:
Ah!

GUSTAVO:
Di che temi?

AMELIA:
Ah, mi lasciate . . .
Son la vittima che geme . . .
Il mio nome almen salvate . . .
O lo strazio ed il rossore
La mia vita abbatterà.

GUSTAVO:
Io lasciarti? No, giammai;
Nol poss'io; che' m'arde in petto
Immortal di te l'affetto.

AMELIA:
Ah, Signor, abbiatemi pietà.

GUSTAVO:
Così parli a chi t'adora?
Pietà chiedi, e tremi ancora?
Il tuo nome intemerato,
L'onor tuo sempre sarà.

AMELIA:
Ma, Gustavo, io son d'altrui . . .
Dell'amico più fidato . . .

GUSTAVO:
Taci, Amelia . . .

AMELIA:
Io son di lui,
Che darìa la vita a te.

GUSTAVO:
Ah crudele, e mel rammemori,
Lo ripeti innanzi a me!
Non sai tu che se l'anima mia
Il rimorso dilacera e rode,
Quel suo grido non cura, non ode,
Sin che l'empie di fremiti amor? . . .
Non sai tu che di te resterìa,
Se cessasse di battere il cor!
Quante notti ho vegliato anelante!
Come a lungo infelice lottai!
Quante volte dal cielo implorai
La pietà, che tu chiedi da me!
Ma per questo ho potuto un instante,
Infelice, non viver di te?

AMELIA:
Ah! deh, soccorri tu, cielo, all'ambascia
Di chi sta fra l'infamia e la morte:
Tu pietoso rischiara le porte
Di salvezza all'errante mio piè.
(a Gustavo)
E tu va, ch'io non t'oda, mi lascia:
Son di lui, che il suo sangue ti diè.

GUSTAVO:
La mia vita . . . l'universo,
Per un detto . . .

AMELIA:
Ciel pietoso!

GUSTAVO:
Di' che m'ami . . .

AMELIA:
Va, Gustavo!

GUSTAVO:
Un sol detto . . .

AMELIA:
Ebben, sì, t'amo . . .

GUSTAVO:
M'ami, Amelia!

AMELIA:
Ma tu, nobile,
Me difendi dal mio cor!

GUSTAVO: (fuori di sè)
M'ami, m'ami! . . . oh sia distrutto
Il rimorso, l'amicizia
Nel mio seno: estinto tutto,
Tutto sia fuorchè l'amor!
Oh, qual soave brivido
L'acceso petto irrora!
Ah, ch'io t'ascolti ancora
Rispondermi così!
Astro di queste tenebre
A cui consacro il core:
Irradiami d'amore
E più non sorga il di!

AMELIA:
Ahi! sul funereo letto
Ov'io sognava spegnerlo,
Gigante torna in petto
L'amor che mi feri!
Chè non m'è dato in seno
A lui versar quest'anima?
O nella morte almeno
Addormentarmi qui?

GUSTAVO:
Amelia, tu m'ami?

AMELIA:
Sì . . . t'amo.

GUSTAVO:
Irradiami d'amor!

AMELIA:
Ma tu, nobile,
Me difendi dal mio cor!

GUSTAVO:
Tu m'ami, Amelia?
Oh, qual soave brivido ecc.

AMELIA:
Ah, sul funereo letto ecc.
(La luna illumina sempre più)

AMELIA:
Ahimè! S'appressa alcun!

GUSTAVO:
Chi giunge in questo
Soggiorono della morte?
(fatti pochi passi)
Ah, non m'inganno . . .
(Si vede Anckarström)
Anckarström!

AMELIA: (abbassando il velo atterrita)
Il mio consorte!

GUSTAVO: (incontrando Anckarström)
Tu qui?

ANCKARSTRöM:
Per salvarti da lor, che celati
Lassù, t'hanno in mira.

GUSTAVO:
Chi son?

ANCKARSTRöM:
Congiurati.

AMELIA:
(O ciel!)

ANCKARSTRöM:
Trasvolai nel manto serrato,
Così che m'han preso per un dell'agguato,
E intesi taluno proromper: L'ho visto,
È il sire; un'ignota beltade è con esso.
Poi altri qui volto: Fuggevole acquisto!
S'ei rade la fossa, se il tenero amplesso
Troncar di mia mano repente saprò.

AMELIA:
(Io muoio . . . )

GUSTAVO: (a lei)
Fa core.

ANCKARSTRöM: (coprendolo col suo mantello)
Ma questo il do.
(poi additandogli un viottolo a destra)
E bada, lo scampo t'è libero là.

GUSTAVO: (Prende per mano Amelia)
Salvarti degg'io . . .

AMELIA: (sottovoce a lui)
Me misera! Va . . .

ANCKARSTRöM: (passando ad Amelia)
Ma voi non vorrete segnarlo, o signora,
Al ferro spietato!
(Dilegua nel fondo e va a vedere se s'avanzano)

AMELIA: (a Gustavo)
Deh, solo t'invola.

GUSTAVO:
Che qui t'abbandoni? . . .

AMELIA:
T'è libero ancora
Il passo, deh, fuggi . . .

GUSTAVO:
E lasciarti qui sola
Con esso? No, mai! piuttosto morrò.

AMELIA:
O fuggi, o che il velo dal capo torrò.

GUSTAVO:
Che dici?

AMELIA:
Risolvi.

GUSTAVO:
Desisti.

AMELIA:
Lo vo'.
(Gustavo esita, ma ella rinnova l'ordine colla mano)
(Salvarlo a quest'alma se dato sarà,
Del fiero suo fato più tema non ha)
(Al ricomparire di Anckarström, il re gli va incontro)

GUSTAVO: (solennemente)
Amico, gelosa t'affido una cura:
L'amor che mi porti garante mi sta.

ANCKARSTRöM:
Affidati, imponi.

GUSTAVO: (indicando Amelia)
Promettimi, giura
Che tu l'addurrai, velata, in città,
Nè un detto, nè un guardo su essa trarrai.

ANCKARSTRöM:
Lo giuro.

GUSTAVO:
E che tocche le porte, n'andrai
Da solo all'opposto.

ANCKARSTRöM:
Lo giuro, e sarà.

AMELIA: (sommessamente a Gustavo)
Odi tu come fremono cupi
Per quest'aura gli accenti di morte?
Di lassù, da quei negri dirupi
Il segnal de' nemici partì.
Ne' lor petti scintillano d'ira . . .
E già piomban, t'accerchiano fitti . . .
Al tuo capo già volser la mira . . .
Per pietà, va, t'invola di qui.

ANCKARSTRöM: (staccandosi dal fondo ove stava esplorando)
Fuggi, fuggi, per l'orrida via
Sento l'orma dei passi spietati.
Allo scambio dei detti esecrati
Ogni destra la daga brandi,
Va, ti salva, o che il varco all'uscita
Qui fra poco serrarsi vedrai;
Va, ti salva; del popolo è vita,
Questa vita che getti così.

GUSTAVO:
(Traditor, congiurati son essi
Che minacciano il vivere mio?
Ah, l'amico ho tradito pur io . . .
Son colui che nel cor lo ferì!
Innocente, sfidati li avrei:
Or d'amore colpevole . . . fuggo.
La pietà del Signore su lei
Posi l'ale, protegga i suoi di!)
(Gustavo esce)

ANCKARSTRöM:
Seguitemi.

AMELIA:
(Mio Dio!)

ANCKARSTRöM:
Perchè tremate?
Fida scorta vi son, l'amico accento
Vi risollevi il cor!
(Dalle alture compariscono Horn e Ribbing con seguito)

HORN, RIBBING, CORO: (dall'alto)
Avventiamoci su lui,
ChÈ scoccata è l'ultim'ora.

AMELIA:
Eccoli!

ANCKARSTRöM:
Presto.
Appoggiatevi a me.

AMELIA:
(Morir mi sento)

HORN, RIBBING, CORO:
Il saluto dell'aurora
Pel cadavere sarà.

HORN:
Scerni tu quel bianco velo
Onde spicca la sua dea?

RIBBING:
Sì precipiti dal cielo
All'inferno.

ANCKARSTRöM: (forte)
Chi vi là?

HORN:
Non è desso!

RIBBING:
O furor mio!

CORO:
Non è desso!

ANCKARSTRöM:
No, son io
Che dinnanzi a voi qui sta.

RIBBING:
Il suo fido!

HORN:
Men di voi
Fortunati fummo noi;
Chè il sorriso d'una bella
Stemmo indarno ad aspettar.

RIBBING:
Io per altro il volto almeno
Vo' a quest'Iside mirar.
(Alcuni dei suoi rientrano con fiaccole accese)

ANCKARSTRöM: (colla mano sull'elsa)
Non un passo: se l'osate
Traggo il fero . . .

HORN:
Minacciate?

RIBBING:
Non vi temo.
(La luna è in tutto il suo splendore)

AMELIA:
(O ciel, aita!)

CORO: (verso Anckarström)
Giù l'acciaro!

ANCKARSTRöM:
Traditori!

RIBBING: (Va per instrappare il velo ad Amelia)
Vo' finirla . . .

ANCKARSTRöM: (snudando la spada)
E la tua vita
Quest'insulto pagherà.

AMELIA:
No; fermatevi . . .

(Nell'atto che tutti s'avventano contro Anckarström, Amelia fuori di sè, inframmettendosi, lascia cadere il velo)

ANCKARSTRöM: (colpito)
Che! . . . Amelia!


HORN, RIBBING, CORO:
Lei! . . . Sua moglie!

AMELIA:
O ciel! pietà!

ANCKARSTRöM:
Amelia!

HORN: (sogghignando)
Ve', se di notte qui colla sposa
L'innamorato campion si posa
E come al raggio lunar del miele
Sulle rugiade corcar si sa!

HORN E RIBBING:
Ah! ah! ah!
E che baccano sul caso strano
E che commenti per la città!

ANCKARSTRöM: (fisso alla via onde fuggì Gustavo)
Così mi paga se l'ho salvato!
Per lui non posso levar la fronte,
Sbranato il cor per sempre m'ha!

AMELIA:
A chi nel mondo crudel più mai,
Misera Amelia, ti volgerai? . . .
La tua spregiata lacrima, quale,
Qual man pietosa rasciugherà?


HORN, RIBBING, CORO:
Ah! ah! ah!
E che baccano sul caso strano
E che commenti per la città!
Ve', la tragedia mutò in commedia.

ANCKARSTRöM: (Si avvicina a Horn e Ribbing e risolutamente dice loro:)
Converreste a casa mia
Sul mattino di domani?

HORN:
Forse ammenda aver chiedete?

ANCKARSTRöM:
No, ben altro in cor mi sta.

HORN:
Che vi punge?

ANCKARSTRöM:
Lo saprete se verrete.


HORN E RIBBING:
E ci vedrai.
(nell'uscire seguiti dai loro)
Dunque andiam: per vie diverse
L'un dall'altro s'allontani.

HORN, RIBBING, CORO:
Il mattino di domani
Grandi cose apprenderà.
Andiam, andiam.
Ve', la traggedia mutò in commedia.
Ah! ah! ah! ecc.

ANCKARSTRöM: (Rimasto solo con Amelia, le dice fremendo)
Ho giurato che alle porte
V'addurrei della città.

AMELIA:
(Come sonito di morte
La sua voce al cor mi va!)

HORN, RIBBING, CORO: (in lontanaza)
Ah! ah! ah!

ANCKARSTRöM:
Andiam! Andiam!

AMELIA:
Oh no! pietà!

HORN, RIBBING, CORO: (fuori scena)
E che baccano sul caso strano ecc.


ATTO TERZO
QUADRO I

Una stanza da studio nell'abitazione di Anckarström. Sovra un caminetto di fianco due vasi di bronzo, rimpetto a cui la biblioteca. Nel fondo v'ha un magnifico ritratto del re Gustavo in piedi, e, nel mezzo della scena, una travola.

(Entrano Anckarström e Amelia)

ANCKARSTRöM: (deposta la spada e chiusa la porta)
A tal colpa è nulla il pianto,
Non la terge e non la scusa.
Ogni prece è vana ormai;
Sangue vuolsi, e tu morrai.

AMELIA:
Ma se reo, se reo soltanto
È l'indizio che m'accusa?

ANCKARSTRöM:
Taci, adultera!

AMELIA:
Gran Dio!

ANCKARSTRöM:
Chiedi a lui misericordia.

AMELIA:
E ti basta un sol sospetto?
E vuoi dunque il sangue mio?
E m'infami, e più non senti
Né giustizia, né pietà?

ANCKARSTRöM:
Sangue vuolsi, e tu morrai.

AMELIA:
Un istante, è ver l'amai
Ma il tuo nome non macchiai.
Sallo Iddio, che nel mio petto
Mai non arse indegno affetto.

ANCKARSTRöM: (ripigliando la spada)
Hai finito? Tardi è omai . . .
Sangue vuolsi, e tu morrai.

AMELIA:
Ah! mi sveni! . . . ebbene sia . . .
Ma una grazia . . .

ANCKARSTRöM:
Non a me.
La tua prece al ciel rivolgi.

AMELIA: (genuflessa)
Solo un detto ancora a te.
M'odi, l'ultimo sarà.
Morrò, ma prima in grazia,
Deh! mi consenti almeno
L'unico figlio mio
Avvincere al mio seno.
E se alla moglie nieghi
Quest'ultimo favor,
Non rifiutarlo ai prieghi
Del mio materno cor.
Morrò, ma queste viscere
Consolino i suoi baci,
Or che l'estrema è giunta
Dell'ore mie fugaci.
Spenta per man del padre,
La man ei stenderà
Sugli occhi d'una madre
Che mai più non vedrà!

ANCKARSTRöM: (additandole, senza guardarla, un uscio)
Alzati; là tuo figlio
A te concedo riveder. Nell'ombra
E nel silenzio, là,
Il tuo rossore e l'onta mia nascondi.
(Amelia esce)
Non è su lei, nel suo
Fragile petto che colpir degg'io.
Altro, ben altro sangue a terger dèssi
L'offesa! . . .
(fissando il ritratto)
Il sangue tuo!
E lo trarrà il pugnale
Dallo sleal tuo core,
Delle lagrime mie vendicator!
Eri tu che macchiavi quell'anima,
La delzia dell'anima mia;
Che m'affidi e d'un tratto esecrabile
L'universo avveleni per me!
Traditor! che compensi in tal guisa
Dell'amico tuo primo la fÈ!
O dolcezze perdute! O memorie
D'un amplesso che l'essere india! . . .
Quando Amelia sì bella, sì candida
Sul mio seno brillava d'amor!
È finita, non siede che l'odio
E la morte nel vedovo cor!
O dolcezze perdute, o speranze d'amor!

(Horn e Ribbing entrano salutando Anckarström freddamente)

ANCKARSTRöM:
Siam soli. Udite. Ogni desegno vostro
M' è noto. Voi di Gustavo la morte
Volete.

RIBBING:
È un sogno.

ANCKARSTRöM: (mostrando alcune carte che ha sul tavolo)
Ho qui le prove!

HORN: (fremendo)
Ed ora la trama al re tu svelerai?

ANCKARSTRöM:
No, voglio dividerla.

HORN E RIBBING:
Tu scherzi.

ANCKARSTRöM:
E non co' detti:
Ma qui col fatto struggerò i sospetti.
Io son vostro, compagno m'avrete
Senza posa a quest'opra di sangue.
Se vi manco.

HORN:
Ma tal mutamento
È credibile appena.

ANCKARSTRöM:
Qual fu la cagion non cercate.
Son vostro per la vita dell'unico figlio!

HORN:
Ei non mente.

RIBBING:
No, non mente.

ANCKARSTRöM:
Esitate?

HORN E RIBBING:
Non più.

ANCKARSTRöM:
Non più.

ANCKARSTRöM, HORN, RIBBING:
Dunque l'onta di tutti sol una,
Uno il cor, la vendetta sarà,
Che tremenda, repente, digiuna
Su quel capo esecrato cadrà!

ANCKARSTRöM:
D'una grazia vi supplico.

HORN:
E quale?

ANCKARSTRöM:
Che sia dato d'ucciderlo a me.

HORN:
No, Anckarström: l'avito castello
A me tolse, e tal dritto a me spetta.

RIBBING:
Ed a me cui spegneva il fratello,
Cui decenne agonia di vendetta
Senza requie divora, qual parte
Assegnaste?

ANCKARSTRöM:
Chetatevi, solo
Qui la sorte decidere de'.
(Prende un vaso dal camino e lo colloca sulla tavola. Horn scrive tre nomi e vi getta dentro i biglietti. Entra Amelia)
E chi viene?
(incontrandola)
Tu? . . .

AMELIA:
V'è Oscarre che porta
Un invito del sire.

ANCKARSTRöM: (fremente)
Di lui! . . .
Che m'aspetti.
(ad Amelia)
E tu resta, lo dèi:
Poi che parmi che il cielo t'ha scorta.

AMELIA:
(Qual tristezza m'assale, qual pena!
Qual terribile lampo balena!)

ANCKARSTRöM: (additando sua moglie a Horn e Ribbing)
Nulla sa: non temete. Costei
Esser debbe anzi l'auspice lieto.
(ad Amelia traendola verso la tavola)
V'ha tre nomi in quell'urna: un ne tragga
L'innocente tua mano.

AMELIA: (tremante)
E perche?

ANCKARSTRöM: (fulminandola con lo sguardo)
Obbedisci: non chieder di più.

AMELIA:
(Non è dubbio; il feroce decreto
Mi vuol parte ad un'opra di sangue)
(Con mano tremante estrae dal vaso un biglietto che suo marito passa a Horn)

ANCKARSTRöM:
Qual è dunque l'eletto?

HORN: (con dolore)
Renato.

ANCKARSTRöM: (con esalatazione)
Il mio nome! O giustizia del fato;
La vendetta mi deleghi tu!

AMELIA:
(Di Gustavo la morte si vuole!
Non celâr le crudeli parole!
Su quel capo snudati dall'ira
I lor ferri scintillano già!)

ANCKARSTRöM, HORN, RIBBING:
Sconterà della patria il pianto
Lo sleal che ne fece suo vanto.
Se traffisse, soccomba trafitto,
Tal mercede pagata gli va!

ANCKARSTRöM: (alla porta)
Il messaggio entri.
(Entra Oscar)

OSCAR: (verso Amelia)
Alle danze questa sera, se gradite,
Con lo sposo, il mio signore
Vi desidera . . .

AMELIA: (turbata)
Nol posso.

ANCKARSTRöM:
Anche il sire vi sarà?

OSCAR:
Certo.

HORN E RIBBING: (fra loro)
O sorte!

ANCKARSTRöM: (al paggio, ma guardando i compagni)
Tanto invito so che valga.

OSCAR:
È un ballo in maschera
Splendidissimo!

ANCKARSTRöM:
Benissimo!
(accennando Amelia)
Ella meco interverrà.

AMELIA:
(Gran Dio!)

HORN E RIBBING: (fra loro)
E noi pur, se da quell'abito
Più spedito il colpo va.

OSCAR:
Ah! di che fulgor, che musiche
Esulteran le soglie,
Ove di tante giovani
Bellezze il fior s'accoglie,
Di quante altrice palpita
Questa gentil città!

AMELIA:
(Ed io medesma, io misera,
Lo scritto inesorato
Trassi dall'unra complice,
Pel mio consorte irato:
Su cui del cor più nobile
Ferma la morte sta)

ANCKARSTRöM:
(Là fra le danze esanime
La mente mia sel pinge . . .
Ove del proprio sangue
Il pavimento tinge.
Spira, dator d'infamie,
Senza trovar pietà)

HORN E RIBBING: (fra loro)
Una vendetta in domino
È ciò che torna all'uopo.
Fra l'urto delle maschere
Non fallirà lo scopo;
Sarà una danza funebre
Con pallide beltà.

AMELIA:
(Prevenirlo potessi, e non tradir
Lo sposo mio!)

OSCAR:
Regina della festa sarete.

AMELIA:
(Forse potrallo Ulrica)

(frattanto Anckarström, Horn e Ribbing si tirano rapidamente in disparte)

HORN E RIBBING:
E qual costume indosserem?

ANCKARSTRöM:
Azzurra la veste, e da vermiglio
Nastro le ciarpe al manco lato attorte.

HORN E RIBBING:
E qual accento a ravvisarci?

ANCKARSTRöM: (sottovoce)
"Morte!"

AMELIA:
(Prevenirlo potessi!)

OSCAR:
Regina sarete!

ANCKARSTRöM, HORN, RIBBING:
Morte!


ATTO TERZO
QUADRO II

Tavola coll'occorrente per iscrivere; nel fondo un gran cortinaggio che scoprirà la festa da ballo.

GUSTAVO: (solo)
Forse la soglia attinse,
E posa alfin. L'onore
Ed il dover fra i nostri petti han rotto
L'abisso. Ah, sì, Renato
Rivedrà la sua patria . . . e la sua sposa (n.d.r.Rivedrà l'Inghilterra...)
Lo seguirà Senza un addio, l'immenso
Mar ne sepàri . . . e taccia il core.
(Scrive e nel momento di apporre la firma lascia cader la penna)
Esito ancor? ma, o ciel, non lo degg'io?
(Sottoscrive e chiude il foglio in seno)
Ah, l'ho segnato il sacrifizio mio!
Ma se m'è forza perderti
Per sempre, o luce mia,
A te verrà il mio palpito
Sotto qual ciel tu sia.
Chiusa la tua memoria
Nell'intimo del cor.
Ed or qual reo presagio
Lo spirito m'assale,
Che il rivederti annunzia
Quasi un desio fatale . . .
Come se fosse l'ultima
Ora del nostro amor?
(musica di dentro)
Ah! dessa è là . . . potrei vederla . . . ancora
Riparlarle potrei . . .
Ma no: ché tutto or mi strappa da lei.
(Oscar entra con un foglio in mano)

OSCAR:
Ignota donna questo foglio diemmi.
È pel sire, diss'ella; a lui lo reca
E di celato.
(Gustavo legge il foglio)

GUSTAVO: (dopo letto)
Che nel ballo alcuno
Alla mia vita attenterà, sta detto.
Ma se m'arresto,
Ch'io pavento diran. Nol vo': nessuno
Pur sospettarlo de'. Tu va: t'appresta,
E ratto per gioir meco alla festa.
(Oscar esce; Gustavo rimasto solo vivamente prorompe)
Sì, rivederti, Amelia,
E nella tua beltà,
Anco una volta l'anima
D'amor mi brillerà.


ATTO TERZO
QUADRO III

Già all'aprirsi delle cortine una moltitudine d'invitati empie la scena. Il maggior numero è in maschera, alcuni in domino, altri in costume di gala a viso scoperto. Chi va in traccia, chi evita, chi ossequia e chi persegue. Tutto spira magnificenza ed ilarità.

CORO:
Fervono amori e danze
Nelle felici stanze,
Onde la vita è solo
Un sogno lusinghier.
Notte de' cari istanti,
De' palpiti e de' canti,
Perché non fermi 'l volo
Sull'onda del piacer?

(Horn, Ribbing e i loro aderenti in domino azzurro col cinto vermiglio. Anckarström nello stesso costume s'avanza lentamente)

HORN: (additando Anckarström a Ribbing)
Altro de'nostri è questo.
(e fattosi presso a Anckarström sottovoce)
"Morte!"

ANCKARSTRöM: (amaramente)
Sì, morte!
Ma non verrà.

HORN E RIBBING:
Che parli?

ANCKARSTRöM:
Qui l'aspettarlo è vano.

HORN:
Come?

RIBBING:
Perché?

ANCKARSTRöM:
Vi basti saperlo altrove.

HORN:
O sorte ingannatrice!

RIBBING: (fremente)
Sempre ne sfuggirà di mano!

ANCKARSTRöM:
Parlate basso; alcuno lo sguardo a noi fermò.

HORN:
E chi?

ANCKARSTRöM:
Quello a sinistra dal breve domino.
(Si disperdono, ma Anckarström viene inseguito da Oscar in maschera)

OSCAR: (a Anckarström)
Più non ti lascio, o maschera; mal ti nascondi.

ANCKARSTRöM: (scansandolo)
Eh via!

OSCAR: (inseguendolo sempre, con vivacità)
Tu se' Renato.

ANCKARSTRöM: (spiccandogli la maschera)
E Oscarre tu sei.

OSCAR:
Qual villania!

ANCKARSTRöM:
Ma bravo, e ti par dunque convenienza questa
Che mentre il sire dorme, tu scivoli alla festa?

OSCAR:
Il re è qui . . .

ANCKARSTRöM: (trasalendo)
Che! . . . dove?

OSCAR:
L'ho detto . . .

ANCKARSTRöM:
Ebben! . . . qual è?

OSCAR:
Non vel dirò! . . .

ANCKARSTRöM:
Gran cosa!

OSCAR: (voltandogli le spalle)
Cercatelo da voi.

ANCKARSTRöM: (con accento amichevole)
Orsù!

OSCAR:
È per fargli il tiro che regalaste a me?

ANCKARSTRöM:
Via, calmati: almen dirmi del suo costume puoi?

OSCAR: (scherzando)
Saper vorreste
Di che si veste,
Quando l'è cosa
Ch' ei vuol nascosa.
Oscar lo sa,
Ma nol dirà,
Tra là là là là
Là là là là.

Pieno d'amor
Mi balza il cor,
Ma pur discreto
Serba il segreto.
Nol rapirà
Grado o beltà,
Trà là là là
Là là là là.
Oscar lo sa, ecc.

(Gruppi di maschere e coppie danzanti attraversano il dinanzi della scena e separano Oscar da Anckarström)

CORO:
Fervono amori e danze
Nelle felici stanze,
Onde la vita è solo
Un sogno lusinghier.

ANCKARSTRöM: (raggiungendolo di nuovo)
So che tu sai distinguere gli amici suoi.

OSCAR:
V'alletta interrogarlo, e forse celiar con esso un po'?

ANCKARSTRöM:
Appunto.

OSCAR:
E compromettere di poi chi ve l'ha detto?

ANCKARSTRöM:
M'offendi. È confidenza che quanto importi so.

OSCAR:
Vi preme assai?

ANCKARSTRöM:
Degg'io di gravi cose ad esso,
Pria che la notte inoltri, qui favellar. Su te
Farò cader la colpa, se non mi fia concesso.

OSCAR:
Dunque!

ANCKARSTRöM:
Fai grazia a lui, se parli, e non a me.

OSCAR: (più dappresso e rapidamente)
Veste una cappa nera, con roseo nastro al petto.
(Fa per andarsene)

ANCKARSTRöM:
Una parola ancora.

OSCAR: (dileguandosi tra la folla)
Più che abbastanza ho detto.

CORO:
Fervono amori e danze
Nelle felici stanze,
Onde la vita è solo
Un sogno lusinghier.

(Danzatori e danzatrici s'intrecciano al proscenio; Anckarström scorge lontano taluno de'suoi e scompare di là. Poco dopo, al volger delle coppie nel fondo, Gustavo in domino nero con nastro rosa, s'affaccia pensieroso, e dietro a lui Amelia in domino bianco)

AMELIA: (sottovoce in modo da non essere riconosciuta)
Ah! perchè qui! fuggite . . .

GUSTAVO:
Sei quella dello scritto?

AMELIA:
La morte qui v'accerchia . . .

GUSTAVO:
Non penetra nel mio petto il terror.

AMELIA:
Fuggite, fuggite, o che trafitto cadrete qui!

GUSTAVO:
Rivelami il nome tuo.

AMELIA:
Gran Dio! Nol posso.

GUSTAVO:
E perchè piangi . . . mi supplichi atterrita?
Onde contanta senti pietà della mia vita?

AMELIA: (tra singulti che svelano la sua voce naturale)
Tutto, per essa, tutto il sangue mio darei!

GUSTAVO:
Invan ti celi, Amelia: quell'angelo tu sei!

AMELIA: (con disperazione)
T'amo, sì, t'amo, e in lagrime
A' piedi tuoi m'atterro,
Ove t'anela incognito
Della vendetta il ferro.
Cadavere domani
Sarai sei qui rimani:
Salvati, va, mi lascia,
Fuggi dall'odio lor.

GUSTAVO:
Sin che tu m'ami, Amelia,
Non curo il fato mio,
Non ho che te nell'anima,
E l'universo oblio.
Né so temer la morte,
PerchÈ di lei più forte
È l'aura che m'inebria
Del tuo divino amor.

AMELIA:
Dunque vedermi vuoi
D'affanno morta e di vergogna?

GUSTAVO:
Salva ti vo'. Domani con Renato andrai . . .

AMELIA:
Dove?

GUSTAVO:
Al natio tuo cielo.

AMELIA:
Alla mia terra!

GUSTAVO:
Mi schianto il cor . . . ma partirai . . . ma, addio.

AMELIA:
Gustavo!

GUSTAVO:
Ti lascio, Amelia.

AMELIA:
Gustavo!

GUSTAVO: (Si, stacca, ma dopo pochi passi tornando a lei con tutta l'anima)
Anco una volta addio.

AMELIA:
Ahimè!

GUSTAVO:
L'ultima volta, addio!

AMELIA E GUSTAVO:
Addio!

ANCKARSTRöM: (Lanciatosi inosservato tra loro, trafigge Gustavo)
E tu ricevi il mio!

GUSTAVO:
Ahimè!

AMELIA: (d'un grido)
Soccorso!

OSCAR: (accorrendo a lui)
O ciel!

(Entrano da tutte le parti dame, ufficiali e guardie)

Ei trucidato!

ALCUNI:
Da chi?

ALTRI:
Dov'è l'infame?

OSCAR: (accennnando Anckarström)
Eccol! . . .

(Tutti lo circondano e gli strappano la maschera. Nel fondo veggonsi apparire Horn e Ribbing)

AMELIA, OSCAR, CORO:
Renato!

CORO:
Ah! Morte, infamia,
Sul traditor!
L'acciaro lo laceri
Vendicator!

GUSTAVO:
No, no . . . lasciatelo.
(a Anckarström)
Tu . . . m'odi ancor.
(Tratto il dispaccio, fa cenno a lui di accostarsi)
Ella è pura, in braccio a morte
Te lo giuro, Iddio m'ascolta;
Io che amai la tua consorte
Rispettato ho il suo candor.
(Gli dà il foglio)
A novello incarco asceso
Tu con lei partir dovevi . . .
Io l'amai, ma volli illeso
Il tuo nome ed il suo cor!

AMELIA:
O rimorsi dell'amor
Che divorano il mio cor,
Fra un colpevole che sanguina
E la vittima che muor!

OSCAR:
O dolor senza misura,
O terribile sventura!
La sua fronte è tutta rorida
Già dell'ultimo sudor!

ANCKARSTRöM:
Ciel! che feci! e che m'aspetta
Esecrato sulla terra! . . .
Di qual sangue e qual vendetta
M'assetò l'infausto error!

GUSTAVO:
Grazia a ognun; signor qui sono:
Tutti assolve il mio perdono.

(Horn e Ribbing occupano sempre il fondo della scena)

TUTTI GLI ALTRI:
Cor sì grande e generoso
Tu ci serba, o Dio pietoso:
Raggio in terra a noi miserrimi
È del tuo celeste amor!

GUSTAVO:
Addio per sempre, miei figli . . .

AMELIA, OSCAR, ANCKARSTRöM, HORN, RIBBING:
Ei muore!

GUSTAVO:
Addio . . . diletta patria . . . (n.d.r. Addio .... diletta America)
Addio . . . miei figli . . . per sempre . . .
Ah! . . . ohimè! . . . io moro! . . . miei figli . . .
Per sem . . . Addio.

(Gustavo cade e spira)

TUTTI:
Notte d'orror!

FINE

 


Omaggio a Verdi nel 100° anniversario della scomparsa

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