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27/02/2026 18:13
Il contenuto affronta un evento sensibile in chiave informativa e giornalistica, con l’obiettivo di fornire contesto e comprensione dei fatti.

Le parole restano. Anche quando chi le ha scritte non c’è più.E proprio da quelle parole, lasciate in una lettera nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 2013, nasce il libro “Le parole fanno più male delle botte”, presentato da Paolo Picchio, padre di Carolina, la prima vittima riconosciuta di cyberbullismo in Italia.
Carolina aveva 14 anni. Sportiva, solare, amata dagli amici. Dopo una festa, alcuni coetanei la ripresero mentre era priva di sensi, molestandola. Quel video, pubblicato online, scatenò insulti e umiliazioni diventate virali. Quando Carolina lo vide, il peso di quelle parole diventò insostenibile.

Prima di togliersi la vita, scrisse una lettera. Un messaggio senza odio, ma con un invito a cambiare. ‘Le parole fanno più male delle botte’: una frase diventata oggi simbolo della lotta al cyberbullismo.
Da quel dolore è nato un impegno concreto. Con la Fondazione Carolina, Paolo Picchio incontra ogni anno migliaia di studenti, parlando ai giovani e con i giovani della responsabilità digitale e del valore di alzare la mano davanti alla violenza online.

Perché, tredici anni dopo, il problema resta culturale prima ancora che tecnologico.E la domanda che continua a risuonare nelle scuole è semplice quanto difficile: e se capitasse a me?
Un libro che non accusa, ma chiede ascolto. Per ricordare che dietro ogni schermo c’è sempre una persona. E che le parole, davvero, possono salvare — oppure ferire per sempre.