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11/09/2026 17:27
A Milano, per anni, si è costruito dentro una zona grigia. E oggi una sentenza prova a fare ordine in quella storia.
Parliamo della Torre di via Stresa, 82 metri e 24 piani, diventata uno dei simboli dell’inchiesta sull’urbanistica milanese. A giugno il Tribunale aveva assolto tutti gli imputati. Ora arrivano le motivazioni: 119 pagine che, più che chiudere semplicemente un caso, spiegano perché quella stagione giudiziaria è diventata così complicata.
La parola chiave è incertezza.
Secondo la giudice non è stato dimostrato né un complotto né un accordo criminale tra costruttori, professionisti e funzionari del Comune per aggirare le regole e favorire i privati.
Il problema, scrive il Tribunale, sarebbe stato soprattutto un altro: per anni norme nazionali, regionali e comunali sono state interpretate in modi diversi. E alcune procedure utilizzate dal Comune erano diventate una prassi consolidata.
Tra i nodi c’è anche quello che riguarda le grandi torri: quando la demolizione di un piccolo edificio e la costruzione di un palazzo di 80 metri possono essere considerate una ristrutturazione e quando invece si tratta di una nuova costruzione, con obblighi urbanistici differenti.
La sentenza sottolinea però un passaggio decisivo: non basta che una procedura sia stata poi messa in discussione per dimostrare che chi l’ha utilizzata volesse violare la legge.
Questa sentenza, quindi, non cancella il grande dibattito sull’urbanistica di Milano. Ma mette un punto importante: secondo il Tribunale, nel caso della Torre di via Stresa, non c’è stata una volontà criminale di aggirare le regole.
Resta forse la domanda: come si può evitare che una città continui a costruire il proprio futuro dentro regole che, anni dopo, rischiano di essere interpretate in modo completamente diverso?