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12/09/2026 17:39
Luoghi che cambiano faccia, ma non riescono a cancellare quello che è successo. A Milano, in viale Montello, oggi c'è un giardino dedicato a Lea Garofalo. Un tempo, a pochi passi da qui, c'era invece quello che era considerato il fortino della famiglia Cosco, legata alla ’ndrangheta.
È qui che Lea Garofalo venne uccisa. Ed è qui che sua figlia Denise, allora appena diciannovenne, denunciò la scomparsa della madre. Oggi, a distanza di anni, quel luogo torna a parlare di Denise.
La donna, 35 anni, testimone di giustizia come sua madre, è morta ad Ariccia. La Procura ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. E Milano ha scelto di ricordarla tornando proprio lì, nel Giardino Lea Garofalo, dove tanti cittadini si sono ritrovate spontaneamente per lasciare un fiore, ascoltare le canzoni del funerale civile di Lea e stare insieme.
Niente grandi discorsi. Forse perché questa volta non c'era molto da spiegare. C'era da ricordare una figlia che, quando aveva 19 anni, aveva trovato la forza di denunciare la scomparsa della madre.
E c'era da ricordare che diventare testimoni di giustizia significa anche provare a rompere un legame che, per chi nasce dentro una famiglia mafiosa, può sembrare impossibile da spezzare.
Nei prossimi giorni il Consiglio regionale lombardo discuterà una mozione per recepire la legge che prevede strumenti di sostegno per madri e figli che vogliono allontanarsi dalle famiglie mafiose. Perché la storia di Lea e Denise non riguarda soltanto il passato. Riguarda una domanda molto presente: cosa succede a chi decide di uscire dalla mafia, quando quella mafia non è un'organizzazione lontana, ma è dentro casa?
Intanto la città ha risposto con un gesto semplice: un fiore per Denise, nel giardino dedicato a Lea.