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15/07/2026 17:48
Le tensioni geopolitiche internazionali penalizzano il mercato della calzatura. La perdita per un mercato che negli ultimi anni si è affidato in prevalenza alle esportazioni è in termini di valore, di numero di paia vendute e anche di lavoratori. A farne le spese è tutta l'Italia, ma in particolare il distretto della calzatura di Vigevano, il cui volume d'affari era già ridotto ai minimi termini. I dati forniti da Assocalzaturifici non sono però confortanti. Il fatturato segna un arretramento del 2,7%, mentre l’export evidenzia segnali di debolezza diffusa, con una flessione complessiva, nei primi tre mesi, del -1,6% e contrazioni ancora più marcate nei mercati extra-UE. Una lieve ripresa arriva dal mercato interno, ma non riesce certo a compensare il calo delle esportazioni. E il problemi si riflettono anche sull'andamento dell'occupazione. Diminuiscono, infatti, imprese e addetti. Nei primi tre mesi del 2026 si registra un calo delle imprese attive. Il saldo dice -85 imprese e si registra un calo di 808 addetti tra i produttori di calzature rispetto alla fine del 2025. Il numero complessivo di imprese in Italia è di 3.490 (con un saldo negativo di -74 unità, tra industria e manifattura, a confronto con dicembre 2023, pari al -2,1%), affiancato da un calo degli addetti del -0,8%. In compenso gli italiani tornano a comprare scarpe. In tutto nel primo trimestre hanno acquistato 1,28 miliari di euro di scarpe, con una crescita dell'1,7% in valore e del 2,1% in quantità rispetto al periodo gennaio marzo 2025. A fare a traino sono le scarpe da donna e alle sneakers. Queste ultime, assieme alle sportive, pesano per il 41% sulla spesa totale. L'export, però, continua a rappresentare il 90% del giro di affari complessivo del settore. Nei primi tre mesi dell'anno ha mostrato segnali di cedimento. Le esportazioni di scarpe italiane sono in prevalenza verso la Francia con una crescita in valore del 6%, mentre il calo dell'export verso la Germani segna un -10%. Ma i numeri più pesanti della crisi di vedono in Medio Oriente con una flessione del -33% nei primi tre mesi e un calo del 62% a marzo quando è cominciato il conflitto. Tra le regioni nel primo trimestre evidenziano un andamento positivo solo Emilia-Romagna e Piemonte.